Piccole ribellioni di provincia
a cura di Stefano Guerini Rocco
Introduzione
Rai Due
2019-2022
Prima stagione: 12 episodi; Seconda stagione: 8 episodi
Ispirato all’omonimo blog di Valentina Santandrea
Matteo Oleotto
Andrea Agnello, Daniela Gambaro, Allessandro Sermoneta, Matteo Visconti, Giacomo Bisanti
Rai Fiction, Pepito Produzioni
Duccio Cimatti
Consuelo Catucci
Giuliano Taviani, Carmelo Travia
Valentina Bellè, Giuseppe Battiston, Emanuela Grimalda, Angela Finocchiaro, Anna Ferzetti, Riccardo Maria Manera, Francesco Di Raimondo, Sara Lazzaro, Matteo Lai, Caterina Baccicchetto, Viola Mestriner, Ernesto D’Argenio, Fabrizio Costella, Lorenzo Adorni, Andrea Pennacchi
Rai
Galleria immagini
Locandina

Trailer
Pressbook

Rappresentazioni, retoriche, stereotipi
Narrazione & personaggi
Racconto di formazione di una giovane donna che si trova in un momento di confusione e crisi esistenziale, Volevo fare la rockstar si colloca in un territorio narrativo ibrido, a metà tra la commedia brillante e il dramedy a forte radicamento sociale. La protagonista, Olivia, ha sperimentato la maternità in adolescenza e si ritrova, a ventisette anni, a recuperare esperienze – affettive, professionali, esistenziali – che altre coetanee hanno già attraversato. Questo scarto temporale costituisce il nucleo narrativo della serie, consentendo di articolare un discorso sulla crescita, sulla maternità e sulle traiettorie interrotte, intrecciandolo a un contesto territoriale segnato dall’impoverimento post-industriale e da un senso diffuso di immobilità. La rappresentazione di Olivia rompe con l’immagine tipica della “madre eroina” televisiva. Pur responsabile e profondamente legata alle figlie, non è immune da errori, esitazioni, fughe e desideri frustrati; il racconto non le nega complessità e contraddizioni, ma anzi le usa per far emergere un personaggio tridimensionale, lontano sia dall’idealizzazione sia dalla demonizzazione. Attorno a lei si muovono figure che sfuggono a una codificazione monodimensionale: le gemelle Viola ed Emma, opposte nel modo di affrontare la preadolescenza – la prima fisica e impulsiva, la seconda intellettuale e acerba nel corpo – restituiscono un ritratto realistico delle tensioni identitarie tipiche dell’età di passaggio; Nadja, madre di Olivia, porta in scena la tossicodipendenza come elemento destabilizzante ma non ridotto a semplice ostacolo narrativo, rivelando una fragilità intrisa di vitalità; Eros, fratello minore, incarna una giovinezza ironica e scanzonata ma segnata intimamente da traumi e incertezze, simboleggiate dalla relazione segreta con Antonio, carabiniere non dichiarato, che diventa metafora della difficoltà di vivere apertamente l’omosessualità in provincia; Francesco, il vedovo arrivato da Milano, introduce uno sguardo “altro” sulla comunità, oscillante tra fascinazione e conflitto, e agisce come catalizzatore del percorso di crescita sentimentale di Olivia. Questa coralità è sorretta da una scrittura che alterna registri leggeri e momenti di intensa carica emotiva, evitando però scelte retoriche di facile sentimentalismo. La provincia del Nord-Est non è una cornice neutra, ma un vero e proprio personaggio: i suoi spazi – le strade silenziose, le architetture industriali dismesse, i piccoli esercizi commerciali – riflettono le dinamiche di controllo sociale, il peso del silenzio e l’intensità delle relazioni ravvicinate. La serie si distingue per la capacità di intrecciare microstorie familiari e macrotemi sociali – precarietà lavorativa, marginalità economica, salute mentale, discriminazioni, ricerca identitaria – in una grammatica visiva e drammaturgica che guarda alla commedia indie internazionale, in cui il realismo quotidiano si alterna a momenti di sospensione poetica. Il ritmo narrativo, scandito da tempi dilatati e dalla valorizzazione degli spazi domestici e comunitari, contribuisce a radicare le vicende in un orizzonte concreto, in cui le questioni di inclusione non sono “temi” estranei alla trama, ma elementi strutturali della vita dei personaggi. In questo senso, Volevo fare la rockstar riesce a portare sul piccolo schermo una rappresentazione dell’Italia di provincia che non indulge alla nostalgia o alla caricatura, ma la esplora nelle sue contraddizioni, rendendola terreno fertile per una narrazione al tempo stesso intima e sociale.
Stereotipi & strategie di inclusione
La serie affronta i temi dell’inclusione evitando stereotipi e tokenismo, intrecciando ogni differenza e vulnerabilità nel flusso della vita quotidiana. Il registro della commedia, spesso brillante e un po’ scorretta, non ha una funzione consolatoria: è piuttosto il dispositivo che consente di far emergere, pur con leggerezza, temi che la fiction generalista tende a relegare a episodi marginali (orientamento sessuale, dipendenze, salute mentale, precarietà, corpi non normati, madri sole). In questo senso la serie lavora contro gli stereotipi: non spettacolarizza l’alterità, ma la rende strutturale alla comunità rappresentata, radicandola nello spazio sociale della provincia Nord-Est e nei suoi meccanismi di controllo, silenzio e prossimità. Emblematica, in questa prospettiva, è la traiettoria di Eros. Presentato inizialmente come “terzo figlio” più che come fratello di Olivia, Eros viene progressivamente sottratto al cliché del giovane egocentrico e irresponsabile. La sua relazione con Antonio, carabiniere non dichiarato e promesso sposo dell’amica Vanessa, lo colloca in un nodo etico-affettivo che eccede l’aneddotica sentimentale: qui si addensano l’istituzione (l’Arma come luogo simbolico di maschilità normativa), l’aspettativa sociale (il fidanzamento eterosessuale atteso), la lealtà verso l’amica e, soprattutto, la negoziazione del proprio desiderio.

Il bacio tra Eros e Antonio – trattato dalla regia senza enfasi melodrammatica, quasi in sottrazione, lasciando che siano i gesti, gli sguardi e il dopo a parlare – diventa una scena-soglia che fotografa il passaggio da una sessualità confinata alla clandestinità a una possibilità, fragile e reversibile, di visibilità e normalizzazione. La scelta di non caricare la sequenza di marcatori “eccezionali” è coerente con l’intero impianto della serie: l’inclusione non è la rottura spettacolare del quadro, bensì la trasformazione lenta delle sue coordinate. Ne deriva un arco che porta Eros dall’irruenza adolescenziale all’assunzione, sempre parziale e in divenire, di responsabilità – verso sé, verso gli altri, verso lo spazio comunitario che lo osserva (e lo giudica). Così la scrittura scansa il doppio stereotipo del “ragazzo gay vittima” e del “mattatore leggero”: Eros non è né martire né macchietta, ma un soggetto che impara a tenere insieme desiderio e conseguenze, cura di sé e cura dei legami. Speculare, per certi aspetti, è la figura di Nadia: non l’anti-madre monolitica che la tv talvolta oppone alla protagonista virtuosa, ma una donna attraversata da dipendenza, ricadute e tentativi di reinserimento che la serie rifiuta di ridurre a funzione ostativa. Il suo rientro nella costellazione familiare di Olivia non coincide con la parabola lineare della redenzione, né con la caduta irreversibile nel disastro: è un movimento carsico, fatto di slanci e inciampi, di energia vitale e di caos.

L’inclusione, qui, non riguarda un’identità “minorizzata” in senso stretto, ma il riconoscimento della dipendenza come questione di salute e di relazioni, più che di colpa individuale. Rappresentare Nadia senza moralismo significa anche restituire la genealogia femminile di Olivia in tutta la sua discontinuità: la figlia che ha dovuto “parentificarsi” per crescere due bambine in adolescenza e la madre che tenta, tardivamente e imperfettamente, di tornare ad esserlo. In questo incastro di ruoli si misura l’ampiezza dello sguardo inclusivo della serie: l’attenzione non è solo alle identità, ma ai processi di cura e ai loro fallimenti, ai ricongiungimenti sempre provvisori che fanno una famiglia. Su questo terreno la serie rilancia anche il discorso sulla maternità giovane e sulla sessualità femminile fuori dalle cornici normate. Olivia desidera, sbaglia, arretra, riparte: la “madre single” non viene pedagogizzata né santificata, e l’eros femminile non è punito narrativamente.

Allo stesso modo, l’adolescenza delle gemelle è trattata come laboratorio identitario concreto: la materialità del corpo che cambia, l’asimmetria tra maturazione cognitiva e fisica, le goffaggini e le iperboli emotive non sono bersagli di ironia, ma luoghi di empatia. In questo contesto, l’umorismo serve a togliere patina, non a deridere; a rendere dicibile l’imbarazzo, non a esibirlo. Nel complesso, Volevo fare la rockstar pratica un’inclusione “a bassa voce”, ma tenace: sposta il baricentro dal discorso sull’eccezione al lavoro paziente sulla normalità. La messa in scena evita i codici della stigmatizzazione (la pornografia del dolore, l’eroizzazione forzata), preferendo una tessitura di piccole scelte formali – tempi lunghi, attenzione ai silenzi, montaggio non enfatico, sdrammatizzazione controllata – che restituiscono la densità sociale dei personaggi. Così la serie si sottrae al modello della “famiglia Mulino Bianco” senza rimpiazzarlo con l’altrettanto stereotipata “famiglia disfunzionale patologica”: propone invece una comunità imperfetta, contraddittoria e permeabile, dove l’inclusione non è slogan promozionale né shock narrativo, ma pratica quotidiana di convivenza. In un prime time storicamente allergico alla complessità delle differenze, questa scelta di sottrazione risulta, paradossalmente, la più radicale.
Conversazioni
Riccardo Maria Manera parla del personaggio di Eros e del suo rapporto con l’omosessualità (Diregiovani, 6 aprile 2022).
Valentina Bellè presenta la serie, parla del suo personaggio e del pubblico (giovane) cui la serie si rivolge (SpettacoloEU, 28 ottobre 2019).
“’Volevo fare la rockstar’, Giuseppe Battiston: ‘Una serie sulle donne libere e forti. Noi uomini? Elementari’”. Su La Repubblica, 23 marzo 2022. Silvia Fumarola intervista il protagonista Giuseppe Battiston.
«La serie funziona perché tutti i personaggi hanno la propria personalità, c’è una qualità di scrittura. Ma secondo me è interessante anche per il luogo dov’è girata, così poco esplorato dal nostro cinema e dalla nostra tv, il Nord est. Io sono friulano. È una zona che non è molto battuta e ha un fascino particolare, strano. I produttori Agostino e Grazia Saccà hanno avuto una grande intuizione. Hanno uno sguardo artistico e produttivo speciale».
Processi produttivi e retoriche promozionali
Strategie produttive
Volevo fare la rockstar nasce dall’omonimo blog autobiografico di Valentina Santandrea, un diario digitale che mescolava ironia, disincanto e un’attenzione non retorica alle difficoltà economiche e sociali della provincia. L’operazione di adattamento, condotta dagli sceneggiatori con il coinvolgimento diretto dell’autrice, ha puntato a conservare la genuinità della voce originaria, traducendola in un linguaggio seriale senza ridurne la complessità o appiattirla su codici televisivi preesistenti. La scelta di girare a Gorizia e nei territori circostanti non è solo un elemento scenografico, ma un atto di posizionamento narrativo e produttivo. Ambientare la storia in un luogo poco esplorato dalla fiction nazionale consente di raccontare un’Italia laterale, lontana dai poli urbani iper-rappresentati e carica di una specificità linguistica, sociale e visiva che diventa parte integrante dell’identità della serie. L’uso di location reali, come l’Amideria Chiozza, introduce un’estetica legata all’archeologia industriale, restituendo la stratificazione storica di un territorio in bilico tra memoria e abbandono. Dal punto di vista strategico, la collocazione su Rai 2 – la rete più sperimentale del servizio pubblico – ha offerto margini di libertà maggiori nella scelta dei toni e dei linguaggi da adottare, nella rappresentazione di tematiche considerate “sensibili” per il prime time e nella commistione di generi. Questo inserisce Volevo fare la rockstar in una linea di offerta che la Rai riserva a prodotti di nicchia o di laboratorio, destinati a segmenti di pubblico più curiosi o disposti a uscire dai canoni narrativi consolidati.
Retoriche promozionali
Se la strategia produttiva ha guardato all’innovazione, quella promozionale è apparsa, per molti versi, timida. La serie non ha beneficiato di una campagna di lancio incisiva: la sua assenza dai principali programmi televisivi di intrattenimento e talk di rete ha limitato la possibilità di intercettare un pubblico più ampio. La comunicazione si è affidata soprattutto a interviste su testate di settore, al passaparola e a un racconto dietro le quinte centrato sul lavoro di squadra e sulla coesione del cast e della troupe. Quando presente, il discorso promozionale ha insistito principalmente su due elementi: da un lato, il clima di set come luogo di creatività condivisa, con attori e regista descritti come un gruppo affiatato; dall’altro, l’ambientazione in Friuli Venezia Giulia come marchio distintivo e “inedito” per la fiction italiana, valorizzato come segno di autenticità e differenziazione. Più marginale, e quasi episodica, è stata la messa in evidenza dei temi di inclusione e diversità, nonostante la loro centralità nel racconto. L’unica eccezione significativa si è avuta in alcune dichiarazioni che sottolineavano il “coraggio” della Rai nel portare in prima serata una storia d’amore omosessuale, ma senza che questo elemento diventasse una vera leva comunicativa. In questo scarto tra la forza inclusiva del testo e la cautela del discorso promozionale si legge la tensione, tutta interna al servizio pubblico, tra la vocazione sperimentale di alcuni prodotti e la prudenza con cui questi vengono presentati al grande pubblico.
Conversazioni
Valentina Bellè e Valentina Santandrea, ospiti di Caterina Balivo, parlano della serie e del personaggio principale, confrontando realtà e finzione (Rai, 30 ottobre 2019).
“«Volevo fare la rockstar», Sara Lazzaro: «Uno dei set più belli della mia carriera»”. Sul Corriere della Sera, 23 marzo 2022. Camilla Bertoni intervista l’attrice Sara Lazzaro.
«Lavorare su questo set e incontrare il cast giovane e talentuoso è stata un’esperienza bellissima per tutti, siamo stati così in sintonia che sembravamo in gita in Friuli. Ci trovavamo la sera a provare per un nostro spontaneo desiderio. Il regista Matteo Oleotto è un caposquadra incredibile, molto abile con gli attori, un direttore d’orchestra che riesce sia a seguire un gruppo di persone con le proprie emozioni, ma anche a manovrare con competenza gli aspetti tecnici. Sono stata molto felice di tornare su questo set, anzi è stato come tornare a casa e ritrovare i compagni di viaggio, Valentina Bellè, Giuseppe Battiston, Angela Finocchiaro, Emanuela Grimalda, per citarne solo alcuni, la troupe tutta e naturalmente il regista».
“Rai chiude Volevo fare la rockstar, Oleotto: «Scrivo un nuovo film»”. Su Il Goriziano, 13 agosto 2022. Thimoty Dissegna intervista il regista Matteo Oleotto.
«Abbiamo lasciato sulla città qualcosa come 4 milioni di euro” ha rimarcato. Alcune scene, peraltro, sono state girate nell’Amideria Chiozza di Ruda dove “si respirava un luogo di vita. L’archeologia industriale è affascinante ma ho dovuto combattere per girare lì, la produzione non era contenta perché cinematograficamente il luogo era n po’ insicuro. Ma ho fatto carte false per riuscirci».
Circolazione e ricezione
Circolazione
La prima stagione di Volevo fare la rockstar, composta da dodici episodi, è andata in onda su Rai 2 dal 30 ottobre al 4 dicembre 2019, con doppia messa in onda settimanale e disponibilità simultanea su RaiPlay, a conferma della volontà della rete di presidiare anche lo spazio della fruizione on demand. La seconda stagione, ridotta a otto episodi, è stata trasmessa sempre su Rai 2 tra il 23 marzo e il 13 aprile 2022, replicando la formula di una messa in onda lineare affiancata da pubblicazione integrale su RaiPlay. Successivamente, la prima stagione è stata inserita nel catalogo di Prime Video, aprendo la possibilità di intercettare un pubblico nuovo e potenzialmente più ampio, anche se non risultano dati ufficiali di fruizione sulla piattaforma. Gli ascolti televisivi si sono attestati su valori compresi tra il 5% e il 7% di share, con una media di circa 900.000 telespettatori per episodio. Numeri modesti per la prima serata generalista, ma coerenti con il posizionamento della rete e con un prodotto che, per toni e contenuti, si rivolgeva a un target non tradizionalmente fidelizzato al prime time Rai. È significativa la tenuta della curva di ascolto: pur senza picchi, la serie ha mantenuto una base stabile di spettatori, segno di una fidelizzazione che si è in parte rafforzata grazie al passaparola e alla fruizione in streaming. La strategia di circolazione, pur offrendo la doppia finestra broadcast/on demand, non ha incluso un forte investimento crossmediale né operazioni di promozione mirata verso mercati esteri. La limitata esposizione ha frenato il potenziale di una storia e di un impianto visivo che, per impostazione e tono, avrebbero potuto dialogare anche con un pubblico internazionale sensibile ai racconti di provincia e alle commedie familiari “imperfette” tipiche di certi filoni europei e nordamericani.
Ricezione
Sul piano critico, la serie è stata accolta in maniera ampiamente positiva, pur in un contesto di scarsa attenzione mediatica. Vanity Fair l’ha definita un “gioiellino” colpevolmente passato sotto silenzio, sottolineandone il valore della scrittura e delle interpretazioni. MoviePlayer.it ha messo in evidenza l’innovazione tematica e stilistica rispetto al panorama Rai, soprattutto nella capacità di raccontare temi considerati insoliti per la prima serata con un approccio fresco e realistico. Hall of Series ne ha esaltato il carattere “poco italiano” in senso virtuoso, accostandola più alle produzioni libere delle piattaforme che ai format nazional-popolari della tv pubblica, mentre TV Blog ha lodato la scelta di ambientare la narrazione nella provincia e di valorizzarne la quotidianità senza scadere nella stereotipizzazione o nel bozzettismo. Questi consensi si accompagnano al riconoscimento ottenuto ai Diversity Media Awards 2020, dove la serie è stata finalista nella categoria “Miglior serie TV italiana”. Pur non avendo vinto (il premio andò a un’altra serie Rai, La compagnia del cigno), la nomination è indicativa dell’apprezzamento per la sensibilità con cui Volevo fare la rockstar affronta la rappresentazione di identità sessuali e familiari non convenzionali. La sua forza sta proprio nel coniugare intrattenimento e discorso sociale, proponendo un modello di inclusione non didascalico e pienamente integrato alle dinamiche di trama, in cui la diversità non è mai tema accessorio ma componente organica dell’universo narrativo.
Conversazioni
Incontro pubblico tra il regista Matteo Oletto, il cast e i fan della serie.
Critica italiana e straniera
Critica italiana
Mario Manca, “Volevo fare la rockstar 2 è un gioiellino (ma la Rai deve correre ai ripari)”, Vanity Fair, 24 marzo 2022.
«Chi ripete a pappagallo che la serialità italiana non sfonda, non osa e non colpisce, intrappolata in un sistema binario in cui sembrano ammessi solo preti, primari e commissari, è probabile che non abbia mai visto Volevo fare la rockstar, il capolavoro di scrittura e di interpretazione diretto da Matteo Oleotto che è colpevolmente passato sotto silenzio vivendo soprattutto grazie al passaparola di chi l’ha scoperta e consigliata un po’ a tutti perché serie così belle e così ben scritte oggigiorno se ne vedono davvero poche».
Erika Sciamanna, “Volevo fare la rockstar, la recensione: la nuova, fresca, fiction targata Rai”, MoviePlayer.it, 30 ottobre 2019.
«Volevo fare la rockstar è quindi una serie imperfetta, ma innovativa e fresca, sia per la modalità in cui la storia è raccontata, sia per i temi che tratta, insoliti per la prima serata di Rai 2, ma necessari a una rete che vuole crescere e innovarsi, offrendo non solo intrattenimento ma anche spaccati di una società in naturale evoluzione, con quei problemi e difficoltà in cui è possibile riconoscersi ed empatizzare. La nuova fiction Rai risulta essere, quindi, un prodotto interessante del quale consigliamo la visione a chi ha voglia di vedere qualcosa di diverso nell’abitudinario palinsesto serale».
Sara Crecco, “Volevo fare la rockstar – Una serie Rai che non sembra una serie Rai”, Hall of Series, 14 aprile 2022.
«Si tratti sia di una delle proposte seriali più interessanti e sfaccettate del palinsesto Rai, sia di una delle più sottovalutate. Sarà la diffidenza che genera il titolo oppure non è rivolta a un target adeguato? Con ottime probabilità, se la serie fosse stata prodotta da Netflix, forse, avrebbe ottenuto un’attenzione differente. E a pensarci bene l’avremmo scambiata volentieri con Baby. Non avrà la genialità di Boris o l’atmosfera poetica e visionaria di Anna, ma Volevo fare la rockstar è una serie molto poco italiana che merita senza dubbio un’occasione».
Paolo Sutera, “Volevo Fare la Rockstar 2, l’elogio della vita di provincia che non fa rimpiangere le storie metropolitane”, TV Blog, 23 marzo 2022.
«Volevo Fare la Rockstar 2 torna a ricordarci che oltre ai mondi narrati nelle città onnipresenti all’interno della fiction italiana, esiste anche il mondo della provincia: la sua essenza e semplicità in questo caso diventa oro per gli sceneggiatori, che non devono inventarsi chissà quali sorprese per agganciare il pubblico. Basta raccontare, ovviamente con fare sempre divertente e mai noioso, una quotidianità in cui si ritroveranno in tanti».