Tra fragilità condivise e riconoscimenti identitari attraverso il servizio pubblico
a cura di Stefano Guerini Rocco
Rai Due
2020
1 stagione, 8 episodi
basato sulla serie finlandese Sekasin (2016)
Michele Vannucci
Laura Grimaldi, Pietro Seghetti
Rai Fiction, Stand by me
Matteo Vieille
Sara Zavarise
Teho Teardo
Greta Esposito, Romano Reggiani, Simone Liberati, Federica Pagliaroli, Anna Bellato, Gianluca Gobbi, Marco Cocci, Elena Falvella Capodaglio, Tatiana Lepore
RaiPlay
Galleria immagini
Locandina

Trailer
Pressbook

Rappresentazioni, retoriche, stereotipi
Narrazione & personaggi
Prodotta da Rai Fiction in collaborazione con Stand by Me, Mental è un libero adattamento del format finlandese Sekasin. La narrazione si concentra sulle esperienze di quattro adolescenti ricoverati in una clinica psichiatrica, offrendo uno sguardo intenso e sensibile all’interno delle loro fragilità e dei loro meccanismi di resilienza. Nico, detta “il Pesce” (interpretata da Greta Esposito), è la prima a emergere: una ragazza riservata, introversa, soggetta ad attacchi d’ansia e allucinazioni che la condurranno a una diagnosi di schizofrenia e al ricovero. Il suo silenzio e la sua sofferenza interiore si manifestano in modo potente, senza retorica, lasciando intravedere il peso di una mente che faticosamente cerca di orientarsi. Al suo fianco c’è Emma (Federica Pagliaroli), che cela un disturbo alimentare e segni visibili di autolesionismo dietro una maschera di vivacità – capelli rosa, make-up colorato, post-social che esprimono una versione edulcorata della sua identità. La sua dipendenza dai social e il tentativo di costruirsi un alter ego spensierato, attraverso tutorial e pose provocanti, mettono in luce le tensioni tra corpo, percezione, ruolo e realtà contemporanea. Michele (Romano Reggiani), cresciuto in una casa-famiglia, affronta la tossicodipendenza e porta con sé l’urgenza di evadere: la clinica è per lui un’istituzione da cui fuggire per continuare a sottrarsi al dolore che conosce bene. Daniel (Cosimo Longo), invece, vive una condizione di disturbo bipolare caratterizzato da una logorrea compulsiva e dalla convinzione di essere perfettamente sano, vittima di un sistema che lo trattiene ingiustamente. Oltre ai giovani pazienti della clinica, grande importanza è data alla rappresentazione dei loro famigliari: spesso assenti, distaccati, incapaci di comprendere la condizione dei figli e, in alcuni casi, complici di comportamenti disfunzionali che stanno alla base del disagio adolescenziale: sono figure cariche di ambivalenza che occasionalmente risultano complici, pur senza volerlo, dei comportamenti autodistruttivi dei ragazzi. Al contrario, il personale della clinica emerge in modo sorprendente perché non si limita a incarnare il ruolo dell’esperto, ma si mostra profondamente umano: fragile, empatico, persino vulnerabile. La serie – soprattutto in quel ritratto – restituisce un’immagine della cura come relazione fragile, condivisa, costruita nel guardarsi reciprocamente nel tumulto dell’adolescenza. Mental emerge dunque come un’opera delicata ma radicale, che sceglie di narrare il disagio mentale adolescenziale senza ricorrere a toni melodrammatici o a una retorica moralista, ma rappresentandolo come un’esperienza complessa e contraddittoria. La forza della serie risiede nel mettere al centro il legame tra i protagonisti, restituendo un’idea di inclusione che si fa cura reciproca: una clinica che apre le sue porte non per contenere, ma per creare comunità, in cui l’assenza di eroi diventa presenza collettiva.
Stereotipi & strategie di inclusione
In Mental, tutti i protagonisti sperimentano sentimenti di rabbia e la necessità di fuga, declinata in forme differenti. Nico cerca di allontanarsi dal proprio senso di inadeguatezza e dal trauma legato a “quella notte”. Michele coltiva più volte il desiderio di evadere dalla clinica, fino a trasformarlo in azione concreta, grazie alla complicità del gruppo. Daniel, in maniera apparentemente più semplice ma in realtà più complessa, tenta di sottrarsi alla durezza della realtà: raccoglie frammenti di vetro e provoca un incendio, in un gesto culminante con la rottura di una porta che gli lacera le mani. È in quel momento che il suo dolore assume consistenza fisica, si concretizza. Emma, infine, fugge soprattutto da se stessa, cercando di raccontarsi al mondo attraverso un corpo al tempo stesso sessualizzato e segnato dal rifiuto di sé e della propria identità. Episodi come il furto di medicinali per incolpare Valentina assumono il valore simbolico di un tentativo collettivo di liberarsi dai propri fantasmi interiori; la fuga finale, di nascosto, diventa allora il gesto estremo – e insieme lucido – di ricerca di un’identità definita, capace di tracciare confini netti tra sé e l’altro. La clinica diventa, in questo percorso, un luogo in cui si valorizza la dimensione del gruppo e l’esperienza condivisa con l’alterità, sia essa affine o diversa, e il contatto con un “fuori” che, inizialmente percepito come ostile, si trasforma progressivamente in uno spazio familiare.

È un contesto di coesione resiliente e liberatoria, in cui il mondo esterno e quello interno finiscono per sfiorarsi e quasi sovrapporsi. Questa “clinica delle porte aperte” diviene metafora di un’istituzione inclusiva, dove il confine tra il mondo interno e quello esterno si evolve fino quasi a sovrapporsi, sotto l’effetto della solidarietà condivisa. L’accoglienza non è data solo dalla struttura, ma dall’elasticità emotiva e metodologica dei clinici, in primis di Giulia. Il suo sforzo di trovare registri comunicativi adatti a ciascun ragazzo, la sua competenza che non sopprime l’affettività, il suo essere assertiva, ma anche emotivamente presente e vulnerabile, rendono la sopravvivenza del gruppo possibile. Una scena cruciale ritrae la psicologa Giulia in lacrime quando il suo telefono si rompe, con la paura di perdere per sempre i messaggi inviati dal marito ormai scomparso.

In quel momento, non è più “la psicologa” solida e rassicurante, ma una persona che convive con il dolore e la solitudine, accanto ai ragazzi. Questo approccio disinnesca lo stereotipo del paziente isolato, deviante o patetico, affermando un modello inclusivo che riconosce gli esseri umani nella loro complessità e fragilità. Una sequenza particolarmente significativa è quella della fuga collettiva dalla clinica.

Nico, Emma, Michele e Daniel, ognuno mosso dalla propria forma di dolore e senso di esclusione, decidono di scappare insieme. Non è una fuga destrutturata, ma un momento di liberazione che supera la solitudine. Rappresenta una rottura con il silenzio e l’isolamento che li ha accompagnati fino a quel punto e, allo stesso tempo, la conquista di uno spazio di appartenenza: non c’è qui il cliché del supereroe, né l’esaltazione di poteri straordinari, ma l’affermazione di forza attraverso l’unione, la condivisione del dolore e il segno tangibile di voler esistere insieme. Mental mette in scena dunque l’elaborazione del trauma, che coinvolge tanto i ragazzi, quanto i clinici e gli psichiatri, costretti a confrontarsi con le proprie vulnerabilità. Il loro percorso non è lineare: si cade, ci si rialza o, più spesso, si resta in equilibrio precario, sospesi tra la complessità dell’adolescenza e la tempesta del disagio mentale.
Conversazioni
Intervista al cast (Greta Esposito, Romano Reggiani, Federica Pagliaroli, Cosimo Longo), allo sceneggiatore Pietro Seghettie al regista Michele Vannucci (Ginger Generation, 21 dicembre 2020).
Il compositore Teho Teardo parla del suo lavoro per la serie (Rai, 2020).
Processi produttivi e retoriche promozionali
Strategie produttive
Mental si propone come la prima serie italiana ad affrontare apertamente il disagio psichico adolescenziale. È una coproduzione di Rai Fiction e Stand by Me, libero adattamento del format finlandese Sekasin, concepita per il formato box-set: tutti gli otto episodi sono stati pubblicati insieme sulla piattaforma RaiPlay il 18 dicembre 2020, in modo da raggiungere immediatamente un pubblico giovane già predisposto al consumo digitale. Nelle note di produzione è riportato che la serie è stata prodotta per raggiungere un pubblico di giovani compresi tra i 15 e i 24 anni. La serie racconta infatti i problemi degli adolescenti contemporanei – ansia, allucinazioni, dipendenze, autolesionismo – con un tono visivo e narrativo calibrato per farsi sentire autentico e urgente. La sceneggiatura, ad opera di Laura Grimaldi e Pietro Seghetti, si è avvalsa della consulenza scientifica della Dott.ssa Paola De Rose dell’Unità di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza del Bambino Gesù, a dimostrazione del rigore e del senso di responsabilità rispetto alla trattazione di temi delicati. Non a caso, i personaggi sono scritti in modo chiaro e originale, hanno caratteristiche realistiche e si confrontano con esperienze simbolicamente fondanti per il mondo giovanile di oggi. La regia di Michele Vannucci, inoltre, adotta sperimentalismi tecnici per mettere in scena al meglio lo stato di alterazione mentale vissuta dai protagonisti. Il registro visivo e narrativo segue un linguaggio più vicino al cinema che alla televisione tradizionale: montaggio rapido, uso delle videocamere degli smartphone, immagini di repertorio inserite in modo deciso, dialoghi strettamente legati all’esperienza quotidiana degli adolescenti contemporanei.
Retoriche promozionali
A livello promozionale si insiste molto sul fatto che Mental sia la prima serie italiana che affronta il tema del disagio psichico tra gli adolescenti. La campagna comunicativa, infatti, ruota intorno all’identità di Mental come progetto educativo con finalità sociale, tesa a rimuovere lo stigma associato ai disturbi mentali tra i giovani. Nei materiali promozionali si pone enfasi sul fatto che, nonostante spesso ignorati o minimizzati, questi disturbi riguardino una larga parte degli adolescenti: si cita la Società Italiana di Pediatria, secondo la quale otto ragazzi su dieci, tra i 14 e i 18 anni, hanno provato diverse forme di disagio emotivo. Si citano inoltre gli studi del Professor Stefano Vicari, responsabile del reparto di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Bambino Gesù, dai quali emerge che nel nostro paese la seconda causa di morte tra gli under 20 è il suicidio. Per questo, viene sottolineato come la seria sia stata scritta con la consulenza scientifica della Dott.ssa Paola De Rose dell’Unità di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. La campagna promozionale si avvale inoltre di una campagna social che ha l’obiettivo di sensibilizzare al tema del disturbo mentale tra gli adolescenti, normalizzarlo e spronare così i ragazzi a non vergognarsi e a chiedere aiuto agli esperti. Per questo motivo il lancio della serie è stato accompagnato dagli hashtag #davicinonessunoènormale (da una frase di Franco Basaglia, fautore della Legge 180 del 1978 sulla chiusura dei manicomi in Italia), #fuoridime (dall’omonima canzone di Coez, presente nella colonna sonora della serie), #èoknonessereok e #mental, a sottolineare l’urgenza di normalizzare le forme di fragilità e rendere il chiedere aiuto un atto di normalità, non di vergogna. In termini di retorica promozionale, dunque, si posiziona la Rai come servizio pubblico attento alla salute mentale dei giovani procedendo su un doppio binario comunicativo: da una parte si valorizza il valore scientifico della serie, legato alla presenza della consulenza medica, dall’altro si sottolinea l’uso di un registro comunicativo diretto e mai paternalistico, capace di parlare direttamente ai giovani con chiarezza e senza semplificazioni.
Conversazioni
“Intervista ai protagonisti di Mental, la serie che elimina i taboo sui disturbi psichiatrici”. Su The Blond Salad, 5 marzo 2021. Vengono intervistati il regista, gli sceneggiatori e il cast.
«L’idea alla base della serie è: da vicino nessuno è normale. Per iniziare a scrivere ci siamo chiesti quindi non tanto cos’è la malattia mentale, ma cos’è la normalità e come entra nelle nostre vite, in quelle dei protagonisti. Quando la produttrice Simona Ercolani di Stand By Me ci ha proposto di scrivere MENTAL, abbiamo visto il format originale finlandese, Sekasin, ci è piaciuto molto e proprio per questo però abbiamo deciso di stravolgerlo. Volevamo creare un racconto personale che, prendendo spunto da quelle storie, fosse legato a quello che abbiamo vissuto noi per primi, ma anche alle vicende di amici e persone a cui vogliamo bene, e a quelle dei pazienti che abbiamo conosciuto tramite la nostra consulente, la dottoressa De Rose dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma. Sono storie al limite, spesso difficili, ma anche piene di vita, di voglia, di energia. Volevamo fare una serie divertente e appassionante ma che allo stesso tempo non risparmiasse colpi, infondendola delle tante storie con cui siamo venuti a contatto».
Circolazione e ricezione
Circolazione
Mental è stata distribuita esclusivamente su RaiPlay, in forma di on-demand total box-set a partire dal 18 dicembre 2020. Il pubblico di riferimento sono i giovani tra i 15 e i 24 anni. La piattaforma RaiPlay, infatti, vuole porsi come uno spazio progettato per intercettare i consumi dei giovani attraverso contenuti originali, diversificati per temi e generi. In questa prospettiva, RaiPlay rappresenta il tentativo, da parte della Rai, di rafforzare il proprio ruolo di servizio pubblico anche all’interno dell’ecosistema digitale, cercando al contempo di posizionarsi come player competitivo nel mercato dei contenuti on demand. È opportuno però sottolineare che RaiPlay, a differenza di Netflix e delle altre piattaforme di streaming attive oggi nel mercato nazionale, sia ancora oggi poco promossa e utilizzata, e che le sue produzioni Original raggiungono la portata di fenomeni più di nicchia che effettivamente popolari. Non a caso, nonostante i documenti di presentazione dell’offerta RaiPlay 2021/22 si riferisca a Mental come a un “successo”, non esistono dati ufficiali circa l’effettiva fruizione online della serie.
Tuttavia, è possibile sostenere che la fruizione in streaming si rivela tuttavia indovinata rispetto alla messa in onda in prime time su un canale generalista, perché la serie non è per tutti, ma solo per chi è disposto ad immergersi in un racconto che sembra a tratti documentaristico.
Ricezione
Nonostante una limitata visibilità mediatica, il riscontro della stampa italiana è stato molto positivo, con riconoscimenti espliciti al coraggio narrativo e alla delicatezza nel trattare il disagio giovanile. Il Corriere della Sera ha definito la serie “un viaggio duro e senza filtri nel disagio giovanile”, lodandone la capacità di arrivare al cuore delle tensioni adolescenziali “senza dogmatismi generazionali”. Vanity Fair ha apprezzato il linguaggio “crudo e diretto” e il carattere di servizio pubblico della proposta, enfatizzando l’importanza di restituire al pubblico giovane storie credibili e realistiche, fondate su una scrittura consapevole e scientificamente supportata. TaxiDrivers ha espresso invece una valutazione quasi entusiastica: “difficile trovare un solo difetto a questa serie”, per la regia, il montaggio e la recitazione impeccabile dei giovani interpreti. davidemaggio.it ha sottolineato come la fruizione in streaming, pur di nicchia, fosse l’opzione più adatta a un progetto che mescola elementi documentaristici e surreali e che si rivolge a spettatori predisposti a lasciarsi attraversare da un linguaggio risonante e autentico. Inoltre, Mental ha ricevuto una Menzione Speciale per la Web Fiction e un Premio Speciale della Giuria degli Studenti al Prix Italia 2021. Questi premi attestano la capacità della serie di trattare la salute mentale adolescenziale con autenticità, linguaggio diretto e attenzione alla sensibilità del pubblico giovane, evitando stereotipi e stigmatizzazioni.
Conversazioni
“Mental, Michele Vannucci: ‘Prima che patologie siamo persone’”. Su MoviePlayer.it, 18 dicembre 2020. Erika Sciamanna intervista il regista Michele Vannucci.
«La cosa che temo di più è il giudizio, ho paura che il pubblico giudichi questi personaggi come soggetti ‘matti’ e che non li ascolti. Quindi tutte le energie della messa in scena sono andate sull’amore incondizionato verso questi quattro attori che ho avuto la fortuna di dirigere e verso un progetto che è nato in maniera spericolata da parte di Rai Fiction e Stand by me: il portare su schermo qualcosa che viene rimosso dalla società, farlo senza voler rassicurare nessuno, mettere in scena dell’umanità, problemi, crisi che ogni adolescente si porta dietro. Se questo bisogno che c’è stato poi si tramuta in assenza di giudizio da parte dello spettatore, io sono felice, perché prima che patologie siamo persone».
Critica italiana e straniera
Critica italiana
Aldo Grasso, “«Mental», la serie che affronta con coraggio e sensibilità il disagio giovanile”, Corriere della Sera, 20 gennaio 2021.
«Ci vuole coraggio e delicatezza per raccontare quel mondo di frontiera spesso inespugnabile che è il disagio giovanile. Operazione non facile che la serie «Mental» cerca di affrontare senza dogmatismi generazionali, andando al cuore di quell’adolescenza sofferta «dal pianto facile e le unghie per pranzo». Prodotto da Rai Fiction con Stand by me di Simona Ercolani, «Mental» è un viaggio in otto episodi dal formato breve (circa 25 minuti ciascuno) disponibile su RaiPlay; anche in questa scelta di distribuzione si palesa la volontà di arrivare ai giovani laddove è più facile trovarli, ovvero tra i consumi on demand dello streaming. […] Per la regia di Michele Vannucci e la sceneggiatura di Laura Grimaldi e Pietro Seghetti, la serie è una chiave per affrontare quel complesso miscuglio di emozioni, sentimenti, rabbie e delusioni che caratterizza l’adolescenza e che le interpretazioni dei giovani attori riescono sempre a restituire nella loro struggente semplicità».
Mario Manca, “«Mental»: la serie di RaiPlay sui disturbi mentali degli adolescenti è vero servizio pubblico”, Vanity Fair, 18 dicembre 2020.
«Con il suo linguaggio crudo e diretto e un’attenzione spasmodica verso una rappresentazione quanto più vicina possibile alla realtà, suggerita grazie alla consulenza scientifica della dottoressa Paola De Rose dell’Unità di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, Mental ci porta per mano tra le emozioni, i vizi e la voglia di spaccare il mondo dei sedicenni tormentati, costretti a misurarsi ogni giorno con le allucinazioni, la tossicodipendenza, l’autolesionismo e la voglia di fuggire da tutto. Il messaggio degli 8 episodi scritti da Laura Grimaldi e da Pietro Seghetti è, naturalmente, quello di sensibilizzare i più giovani cercando di abbattere lo stigma del disturbo mentale tra gli adolescenti, spesso minimizzato e ridotto a una semplice fase transitoria legata all’età. […] Attraverso Mental, che si avvale di un cast che va da Anna Bellato a Simone Liberati, da Marco Cocci a Milena Mancini, la Rai si propone come un vero e proprio servizio pubblico, sostenendo una campagna social che ha l’obiettivo di spronare i ragazzi a non vergognarsi e a chiedere aiuto agli esperti in caso di bisogno».
Luca Bove, “Mental la serie tv italiana sui giovani depressi”, TaxiDrivers, 25 dicembre 2020.
«Il progetto nasce con una finalità sociale, che ha l’obiettivo di sensibilizzare al tema del disturbo mentale tra gli adolescenti. È sempre arduo realizzare un prodotto artisticamente valido con un chiaro messaggio di utilità per la comunità. Si rischia di essere retorici. Non è il caso di Mental. Davvero difficile trovare un solo difetto a questa serie. La regia, il montaggio, la sceneggiatura e soprattutto la recitazione dei giovani protagonisti sono perfette. Ogni elemento s’incastra senza sbavature. Mental è stata realizzata per coinvolgere, maggiormente, il pubblico dei giovani, ma ha il merito di raccontare anche il mondo degli adulti con le loro debolezze».
Stefania Stefanelli, “Mental: Rai va ‘oltre la soglia’”, davidemaggio.it, 23 dicembre 2020.
«Che un tema così scomodo, del quale fino a qualche anno fa neanche si parlava tanto, diventi sempre più alla portata di tutti, è un grande passo in avanti. La fruizione in streaming si rivela tuttavia indovinata rispetto alla messa in onda in prime time su un canale generalista, perché la serie non è per tutti, ma solo per chi è disposto ad immergersi in un racconto che sembra a tratti documentaristico, a tratti surreale. Surreale perché, chi non ha mai sofferto di disturbi mentali, fatica anche solo a crederli reali».