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L’eroe e il naufrago, ovvero dietro al dolore degli altri

a cura di Arianna Vergari

Introduzione

Canale

Rai Uno

Disponibile per lo streaming

n.d.

Anno

2016

Stagioni/Episodi

1 stagione; 2 episodi

Regia

Marco Pontecorvo

Sceneggiatura

Laura Ippoliti, Andrea Purgatori

Produzione

Fabula Pictures e Rai Fiction

Fotografia

Enzo Carpineta

Montaggio

Alessio Doglione

Musica

Maurizio De Angelis

Cast

Claudio Amendola; Carolina Crescentini; Marta Gastini; Fabrizio Ferracane; Ninni Bruschetta; Marcello Mazzarella; Gaetano Bruno; Peppino Mazzotta; Paola Tiziana Cruciani; Massimo Wertmüller; Domenico Centamore

Distribuzione

Rai Fiction

Galleria immagini

Locandina

Locandina

Trailer

Pressbook

Rappresentazioni, retoriche, stereotipi

Narrazione & personaggi

La struttura narrativa di Lampedusa. Dall’orizzonte in poi si impernia sulla centralità del personaggio maschile protagonista, il maresciallo della Guardia Costiera Marco Serra, la cui voce introduce direttamente la storia con un incipit in prima persona (“Mi chiamo Marco Serra…”). Tale espediente funge da dispositivo narrativo utile non solo a costruire un’immediata identificazione soggettiva, ma anche a retrodatare efficacemente l’ambientazione temporale della vicenda, fissata nel 2010. Serra è una figura archetipica dell’“eroe riluttante”: reduce da un trauma personale (la morte del figlio), inizialmente spaesato nel nuovo contesto isolano, incarna la figura dell’estraneo che progressivamente si integra nel tessuto sociale e simbolico dell’isola. Questa traiettoria evolutiva è scandita da momenti chiave – il rapporto crescente con il giovane Dhaki, l’affiatamento con la squadra, il supporto dei pescatori locali – e culmina con l’affermazione identitaria “Sono uno di Lampedusa”, a suggellare la sua trasformazione.

Al fianco di Serra, la fiction introduce il personaggio femminile di Viola, direttrice del Centro di Prima Accoglienza, rappresentata come figura votata alla missione sociale e segnata da relazioni sentimentali fallite. Il loro legame si articola secondo i codici consueti del melodramma televisivo: da un iniziale conflitto professionale alla progressiva attrazione, fino alla sequenza fortemente simbolica in cui Serra salva Viola da un incendio scoppiato durante la rivolta dei migranti, ricalcando lo schema classico dell’eroe che salva la donna. Il lieto fine amoroso rappresenta, di fatto, la chiusura conciliativa dell’intera narrazione.

L’andamento della trama è scandito quasi esclusivamente dalle sequenze di salvataggio in mare che, al di là della loro funzione drammaturgica, costituiscono l’asse semantico della rappresentazione. Il dispositivo visivo scelto – utilizzo di camera a mano, macchina subacquea, inquadrature dall’alto che evocano immagini iconiche come quella di Massimo Sestini (7 giugno 2014) – rafforza l’effetto di realismo e commozione, ricalcando l’immaginario mediatico degli sbarchi e reiterando la centralità del punto di vista dei soccorritori.

Nel costruire il contesto sociale dell’isola, la figura dell’albergatore (interpretato da Ninni Bruschetta) rappresenta inizialmente il punto di vista scettico e ostile, volto a incarnare il sentimento di una parte dell’opinione pubblica contraria all’accoglienza per ragioni economiche (il danno arrecato al turismo). Tuttavia, anch’egli viene gradualmente “convertito” dall’esperienza diretta di un salvataggio, abbracciando la causa umanitaria. La fiction propone così una visione fortemente pedagogica e conciliativa della comunità lampedusana, enfatizzando la possibilità di redenzione individuale come chiave di accesso a una cittadinanza morale. In tal senso, anche la contrapposizione visiva tra la Lampedusa turistica e quella del dolore migrante, pur nella sua estetizzazione, risponde a un preciso intento discorsivo.

Tuttavia, il trattamento riservato ai migranti nella narrazione risulta profondamente semplificato. I soggetti migranti appaiono quasi esclusivamente come vittime mute, definite unicamente dal bisogno di essere salvate. Quando una storia individuale emerge – come nel caso del bambino Dhaki – essa è costruita secondo modalità fortemente patetiche e semplificanti: il bambino è protagonista di un arco narrativo che culmina nel ricongiungimento con la madre durante il salvataggio finale in mare. La contro-narrazione ambientata in Libia, con la rappresentazione stereotipata dei trafficanti, funziona quasi esclusivamente come attesa emotiva destinata a essere ricompensata nell’ultima sequenza. Si conferma così la tendenza della fiction a concentrare l’attenzione sul punto di vista italiano – salvifico, empatico e paternalista – a discapito di una reale complessità delle storie migranti.

Stereotipi & strategie di inclusione

Salvataggi sensazionali

La sequenza conclusiva della miniserie – il salvataggio notturno in mare durante una tempesta – rappresenta il climax emotivo e narrativo dell’intera operazione televisiva. Costruita con grande sforzo produttivo, attraverso riprese subacquee, effetti atmosferici e un montaggio serrato, la scena è chiaramente pensata per produrre un impatto visivo e affettivo forte. Il buio, la pioggia battente e la disperazione amplificano la tensione, mentre le forze congiunte della Guardia Costiera e dei pescatori locali si mobilitano per salvare i naufraghi. In questo contesto, l’intervento di Marco Serra assume una dimensione quasi mitica: l’eroe, già redento, mette a repentaglio la propria vita per completare la sua missione salvifica.
È una visione del salvataggio che unisce spettacolo e commozione, e in cui la spettacolarizzazione del pericolo è bilanciata dal trionfo finale dell’intervento umano. Ma è proprio in questa orchestrazione estetica ed emotiva che si annida una delle criticità centrali dell’intera fiction: la centralità narrativa resta saldamente ancorata al punto di vista del soccorritore, mentre le soggettività migranti rimangono silenziate. L’emozione generata dalla scena – e il suo effetto catartico – serve a confermare una precisa retorica: l’italiano buono, mosso dall’umanità e non da ideologie, è colui che, disobbedendo a ordini formali, salva vite nel nome di un’etica superiore. Il gesto di Serra diventa così simbolico: un riscatto personale e nazionale. Tuttavia, questo processo narrativo tende a oscurare le dinamiche strutturali e geopolitiche della migrazione, riducendo il dramma collettivo a una questione di moralità individuale. In definitiva, la sequenza dell’ultimo salvataggio non è solo il culmine spettacolare della miniserie, ma anche la sua chiave discorsiva: è qui che si cristallizzano le strategie di inclusione (selettiva) e il paradigma narrativo della “salvezza italiana”, in cui il dolore dell’altro è il dispositivo che permette la redenzione del sé.

Conversazioni

Fausto Pellegrini intervista l’attore Claudio Amendola e l’attrice Carolina Crescentini, che raccontano come hanno affrontato la costruzione dei loro personaggi e il lavoro sul set (RaiNews, 20 settembre 2016).

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Tiziana Leone intervista l’attore Claudio Amendola che racconta come l’idea della fiction sia nata da un suo impulso e spiega l’impatto emotivo del tema migranti, sottolineando lo stile senza retorica della narrazione (Tv Zoom Channel, 19 settembre 2016).

“‘Lampedusa’, un paradiso con una cicatrice al cuore. Intervista a Carolina Crescentini”. Su Resto al Sud, 20 Set 2016.

«Interpreti Viola, responsabile di un centro di accoglienza. Come ti preparata?

Ho guardato tutti i video possibili che la rete offriva; cercando accuratamente, ho trovato filmati girati dagli stessi migranti sui barconi. Ho deciso poi di andare sull’isola, di andare al centro di accoglienza, assistere agli sbarchi, parlare con la Guardia Costiera e con i lampedusani cercando di vivere sulla mia pelle quello che stavano vivendo loro. Inizialmente mi commuovevo di continuo ma successivamente è scattata l’emergenza di aiutare.

Ci racconteresti meglio di questa donna che ha il tuo volto?

Viola è una donna che lavora per il centro d’accoglienza di Lampedusa; precedentemente aveva lavorato per diverse onlus. È una donna che ha un passato molto difficile che si ritrova da sola in un meraviglioso scoglio in mezzo al Mediterraneo a rimboccarsi le maniche. Si ritroverà a soccorrere ed aiutare, ma anche a selezionare e capire chi potrà avere o meno asilo politico; da dire c’è che la maggior parte non vuole avere asilo politico per il fatto che non potrà più far ritorno a casa propria; le persone fuggono da guerre e carestie ma in cuor loro sognano sempre di poter far ritorno nella propria terra. Viola deve anche gestire le possibili rivolte, interne al centro d’accoglienza che, seppur organizzato nel migliore dei modi, racchiude un vasto numero di persone in un recinto. I migranti potrebbero uscirne, ma non tentano perché da un momento all’altro potrebbe arrivare il pullman per il loro trasferimento»

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Processi produttivi e retoriche promozionali

Strategie produttive

Lampedusa. Dall’orizzonte in poi è il prodotto di una strategia classica della fiction Rai: raccontare temi di forte impatto civile e politico disinnescandoli attraverso una narrazione rassicurante e ampiamente digeribile per il grande pubblico. Nata da un’idea di Claudio Amendola dopo aver ascoltato una testimonianza reale in un talk show – il salvataggio in mare di oltre 600 migranti nel 2008 – la serie è ambientato nel 2010. Il motivo ufficiale, secondo il regista Marco Pontecorvo, è il desiderio di restituire un maggiore “realismo” a una fase in cui il centro di accoglienza aveva un volto diverso. Ma la scelta di retrodatare la storia consente di evitare il racconto del regime di frontiera, delle pratiche di identificazione forzata, della detenzione amministrativa, del ritiro dei documenti, degli hotspot. Il pubblico viene così sollevato dalla visione del lato oscuro della gestione migratoria europea, mentre lo Stato viene rappresentato come puro agente umanitario. In questo senso, la fiction sfrutta un momento precedente alla crisi mediatica dei naufragi e alla trasformazione di Lampedusa nel simbolo internazionale del confine esternalizzato. Il risultato è una Lampedusa “pre-traumatica”. Infatti, Lampedusa è un prodotto pensato per rilanciare un’immagine istituzionale “positiva” dell’Italia, in linea con il successo internazionale di Fuocoammare (Rosi, 2016),  che proprio a Febbraio 2016 si aggiudica l’Orso d’oro a Berlino, e con le celebrazioni pubbliche attorno all’eroismo della Guardia Costiera, come confermato anche dalla decisione della Rai di spostare il Prix Italia sull’isola nello stesso anno di messa in onda della fiction.

Il realismo è una delle linee guida produttive: grande attenzione alla ricostruzione (CPA simulato in una caserma), uso di riprese in mare reale, coinvolgimento della Guardia Costiera e persino selezione di attori non professionisti (come il giovane Venji). Tuttavia, si tratta pur sempre di una produzione “di grana grossa”, secondo alcune critiche, in cui i codici della fiction tradizionale – archetipi, finali concilianti, protagonismo maschile bianco – prevalgono sulle possibilità di innovazione formale e politica, così come evitano la rappresentazione delle tensioni, dei conflitti, delle resistenze interne al sistema migratorio.

Retoriche promozionali

A fianco della costruzione narrativa, la Rai ha messo in campo un’ampia strategia di promozione mediatica che conferma la volontà di accreditare Lampedusa come “fiction civile”, utile, necessaria. In realtà, l’apparato comunicativo attorno alla miniserie serve soprattutto a mettere in scena un sistema perfettamente coerente con le logiche del servizio pubblico: da un lato, educare il cittadino medio, dall’altro consolidare un’egemonia culturale che costruisce il migrante come vittima e l’italiano come salvatore eroico.

Sul piano della promozione, il ruolo di Amendola è centrale. Più che attore, diventa portavoce morale e ideatore del progetto, spesso intervistato nei notiziari Rai, ospite nei programmi di infotainment, autore di dichiarazioni civiche a sostegno della Guardia Costiera. La distanza tra attore e personaggio diminuisce, e questa fusione tra persona reale e personaggio televisivo, tipica della serialità Rai, costruisce un campo semantico in cui l’umanità diventa un attributo nazionale e virile, incarnato da un volto familiare.

La diffusione di clip promozionali, interviste e materiali inediti sui social media e in TV amplifica l’effetto. La fiction viene presentata come “necessaria” e “urgente”, mentre gli attori assumono il ruolo di esperti e testimoni. Anche in trasmissioni come Porta a Porta, Lampedusa diventa notizia e materia di dibattito, ma sempre all’interno di una cornice che non problematizza mai la gestione politica del fenomeno migratorio. L’enfasi resta sul salvataggio, sulla competenza tecnica delle forze italiane, sulle storie di madri e bambini soccorsi.

Tutto questo si inserisce in una più ampia operazione di costruzione dell’immagine di Lampedusa come “città accogliente”, funzionale tanto alla narrativa istituzionale quanto al turismo simbolico. La fiction, come altri eventi (visita del Papa o il Prix Italia), rientra in un processo di normalizzazione e spettacolarizzazione dell’isola, che serve più agli osservatori esterni che ai suoi abitanti. È un uso strumentale del territorio e della sua storia, che racconta solo ciò che può essere capitalizzato emotivamente, lasciando fuori tutto ciò che disturba: proteste, rifiuti, gestione fallimentare dell’accoglienza, marginalizzazione sociale.

Conversazioni

Il regista Marco Pontecorvo racconta la produzione e il valore della Fiction Lampedusa (10 novembre 2015).

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Circolazione e ricezione

Circolazione

Trasmessa in prima serata su Rai Uno il 20 e 21 settembre 2016, Lampedusa. Dall’orizzonte in poi ha seguito un modello distributivo tradizionale, supportato da un’ampia copertura mediatica e da una promozione incrociata su vari canali del servizio pubblico. Tuttavia, il ritardo di due anni rispetto alla data di produzione (2014) suggeriscono una certa esitazione da parte dei vertici Rai, probabilmente legata alla natura delicata e controversa del tema trattato.
Al di là della messa in onda televisiva, la serie ha avuto anche una circolazione post-televisiva significativa, soprattutto a Lampedusa, dove è stata proiettata in spazi pubblici, in contesti informali e con un pubblico eterogeneo composto da residenti, turisti e migranti. In queste occasioni, la visione collettiva ha generato momenti di confronto critico, evidenziando la distanza tra la rappresentazione idealizzata dell’accoglienza e le esperienze concrete di chi l’ha vissuta. Alcuni spettatori migranti, intervistati dopo le proiezioni, hanno sottolineato come la realtà sia stata “molto peggiore” di quella raccontata dalla fiction, rivelando così la natura parziale, e in parte edulcorata, dello sguardo televisivo.

L’intersezione tra scelte produttive e strategie distributive restituisce un intento esplicitamente nazionale e pedagogico, destinato al pubblico italiano e orientato alla costruzione di un’identità morale collettiva.

Ricezione

La fiction ha registrato un buon riscontro in termini di ascolti, con numeri superiori alla media delle produzioni “civiche” post-2000 targate Rai. Il primo episodio ha totalizzato circa 4,17 milioni di spettatori, pari al 17% di share, mentre il secondo è stato seguito da 3,30 milioni di spettatori, con uno share del 13,4%. Sul piano critico, le reazioni sono state contrastanti: testate come Il Manifesto e La Repubblica ne hanno apprezzato il tentativo di costruire una “narrazione alternativa alla cronaca”, mentre altre, tra cui Il Foglio e Voyages Journal, ne hanno criticato l’eccesso di retorica e il tono paternalistico.

Più articolata è stata l’attenzione riservata alla serie in ambito accademico, dove Lampedusa è stata spesso analizzata in relazione a produzioni contemporanee come Fuocoammare o Terraferma (Crialese, 2011). In questo contesto, la fiction è stata letta come un tentativo di affermare un’immagine rassicurante, “bianca” e innocente dell’Italia accogliente, in cui il conflitto viene appianato attraverso una narrazione emotiva e conciliatoria. Le strategie empatiche attivate risultano funzionali più alla rassicurazione dello spettatore nazionale che a una reale decostruzione delle asimmetrie strutturali e delle dinamiche di potere che regolano il confine.

Critica italiana e straniera

Critica italiana 

Flippo Baracchi, “‘Lampedusa – Dall’orizzonte in poi’, gli ascolti oltre la retorica”, Il fatto Quotidiano, 27 settembre 2016.

«Meglio tardi che mai. Ci sono voluti diciotto anni per rendere in racconto nazional-popolare la cronaca di tutti giorni di Lampedusa. Da quando sono stati istituiti i Centri di Identificazione ed Espulsione (Legge Turco-Napolitano del 1998), nella televisione pubblica italiana finora sono mancate le occasioni di narrazione popolare di questa realtà, messa invece quotidianamente sotto la lente della cronaca dai telegiornali e dai programmi tematici.

Sarà stata forse la vittoria al Festival di Berlino di un documentario come “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi e la recentissima candidatura dello stesso come film italiano in lizza per gli Oscar (senza dimenticare l’immensa produzione audiovisiva indipendente di questi anni sul tema, realizzata da operatori e autori che nel frattempo hanno popolato festival di tutta Europa) a risvegliare la missione del servizio pubblico dell’azienda di via Mazzini.

[…] “Lampedusa – Dall’orizzonte in poi” di Marco Pontecorvo, trasmessa il 20-21 settembre su Rai Uno, è un esempio di come la narrazione di tematiche di integrazione possa essere un’alternativa informativa alla cronaca anche per il pubblico televisivo».

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Aldo Grasso, “I migranti di ‘Lampedusa’, una serie politicamente corretta, Corriere della Sera, 21 settembre 2016.

«In questi casi è difficile buttar giù qualche riga critica a commento della fiction. Le vicende narrate sono così dolorose che è impossibile sfuggire all’urgenza del contenuto. Ha senso parlare di regia, di scrittura, di recitazione di fronte ai cadaveri che galleggiano sul nostro mare? O di fronte alle rivolte dei Centri di accoglienza? O, ancora, di fronte alla determinazione della direttrice, interpretata da una Carolina Crescentini in perenne lotta per i diritti degli immigrati? «Lampedusa» è un curioso esempio di fiction «politicamente corretta»: non tanto per quello che riguarda le istituzioni (il lavoro della Guardia costiera è ovviamente encomiabile e i cittadini dell’isola meritano tutta la nostra riconoscenza), ma per quello che dicono e fanno i due protagonisti. Il loro è un mondo diviso fra buoni e cattivi, ogni azione è intesa come una missione per salvare il mondo, si considerano strumenti della redenzione finale. Sarebbe interessante capire quanto il «politicamente corretto» è funzionale alla linea editoriale del servizio pubblico. O meglio, se il «politicamente corretto» è il minimo indispensabile per fare servizio pubblico».

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Stefano Crippa, “Lampedusa, gli sbarchi in una fiction televisiva”, Il Manifesto, 16 settembre 2016.

«Quanto è possibile contaminare una tragedia, gli sbarchi dei clandestini, le vite nei centri di accoglienza, la mala politica – con gli elementi della fiction senza cadere nella retorica? Ci prova Marco Pontecorvo regista della miniserie in due puntate che Raiuno trasmetterà il 20 e 21 settembre in prima serata, dal titolo Lampedusa dall’orizzonte in poi […]. 

I migranti – stipati all’interno della fragile imbarcazione – vengono ospitati nel centro, gestito da Viola interpretata da Carolina Crescentini: «Per recitare in questo film ho dimenticato di essere attrice e sono entrata nella testa del personaggio. L’impatto con l’isola è stato fortissimo, scoprire il lavoro dei ragazzi del centro con una forza e un pelo sullo stomaco incredibile. Nel pronto soccorso vedi gente che spiega di avere costole rotte per un pestaggio, donne che dietro svenimenti nascondono gravidanze spesso frutto di violenze. Ho voluto seguire gli sbarchi, mi sono messa nel molo vicino per pudore, per non intralciare il lavoro. No, non si può parlare e strumentalizzar i fatti senza aver visto e dobbiamo anche smettere di pensare a costruire muri, proprio noi che abbiamo fatto di tutto per farne crollare uno». 

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Guido Reverdito, “Lunga vita agli sbarchi: la convenienza dell’orrore. Lampedusa tra emergenza umanitaria e sfruttamento in celluloide”, Voyages: Journal of Contemporary Humanism.

«Come si può facilmente vedere, i temi e gli ambienti geografici sono apparentemente gli stessi affrontati prima da Emanuele Crialese in Terraferma e poi da Gianfranco Rosi in Fuocoammare. Ma in Lampedusa – Dall’orizzonte in poi il dramma dei naufraghi salvati per miracolo dal coraggio e dall’intraprendenza degli uomini della Guardia Costiera e poi rimessi in sesto dalle cure amorevoli prestate loro pur nel clima turbolento e in costante subbuglio del CPA dell’isola si converte sin da subito in irresponsabile specchietto per le allodole e mero pretesto funzionale per conquistare fette di share televisivo facendo leva sull’attualità del tema trattato e sul ricatto implicito che esso convoglia nel momento in cui viene innestato su topoi canonici della serialità televisiva. Più dei disgraziati che approdano a Lampedusa sopravvivendo alle angustie inenarrabili di viaggi che possono durare anche anni, ciò che qui conta maggiormente sono i due protagonisti e il lento viaggio di avvicinamento che li porta dalle scaramucce iniziali in stile screwball al progressivo cementarsi di un legame che nasce sull’intesa professionale e sulla comunione di vedute in materia di accoglienza per poi sfociare nel più telefonato dei finali con l’amore che trionfa e manciate di buonismo a iosa a fare da collante al tutto».

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