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Corpi in rivolta: desiderio, scandalo e attivismo

a cura di Stefano Guerini Rocco

Introduzione

Data di uscita

2 luglio 2020

Disponibile per lo streaming
Durata

112′

Regia

Andrea Adriatico

Sceneggiatura

Grazia Verasani, Stefano Casi, Andrea Adriatico

Produzione

Cinemare, Pavarotti International 23 srl, Rai Cinema

Fotografia

Gianmarco Rossetti

Montaggio

Chiara Marotta

Cast

Nicola Di Benedetto, Sandra Ceccarelli, Antonio Catania, Lorenzo Balducci, Tobia De Angelis, Francesco Martino, Matteo Andrea Barbaria, Matthieu Pastore, Grazia Verasani

Distribuzione

I Wonder Pictures

Galleria immagini

Locandina

Trailer

Rappresentazioni, retoriche, stereotipi

Narrazione & personaggi

Gli anni amari propone un ritratto cinematografico di Mario Mieli che si colloca a metà strada tra la ricostruzione biografica e la rappresentazione simbolica di un’epoca. La narrazione segue la sua traiettoria dall’adolescenza milanese – con l’incipit emblematico del tema scolastico in cui afferma: “Mi chiamo Mario. O se preferite, Maria” – fino alla maturità politica, alla radicalità performativa, al lavoro filosofico su corpi e identità, alla tragica fine. Ne emerge il profilo di un intellettuale complesso e contraddittorio, abrasivo e visionario, capace di incarnare una verità scandalosa e scomoda, vissuta come forza vitale ma anche come condanna. Il suo attivismo, il travestitismo inteso come gesto politico, la scrittura provocatoria e il teatro come spazio di manifestazione collettiva, trasformano una biografia personale in un manifesto politico ed estetico. In questo senso, il film sottrae Mieli alle semplificazioni stereotipiche del martire o dell’eroe rivoluzionario, restituendolo come figura viva, disarmante, al tempo stesso geniale e fragile. Il film si colloca dunque nel solco di un cinema politico e militante che in Italia ha avuto grande rilevanza negli anni Settanta – basti pensare ai lavori di Bellocchio o Bertolucci – e che oggi è sempre più raro. Gli anni amari si configura come un’opera “contro”: contro le istituzioni, le discriminazioni, il perbenismo e la società bigotta, e al tempo stesso come un film impregnato della controcultura sessantottina, capace di restituire lo spirito di un decennio che intendeva la sessualità, l’affettività e il corpo come strumenti di lotta politica e di trasformazione sociale. L’opera mette in scena un momento di svolta della storia culturale e politica italiana, legando la parabola individuale di Mieli ai movimenti collettivi che ne hanno segnato il contesto: la contestazione studentesca, l’emancipazione femminile e LGBT, le lotte dei collettivi politici, l’uso di droghe psichedeliche come strumento di esplorazione e liberazione, fino al clima cupo degli anni di piombo, evocato dai riferimenti agli omicidi di Lorusso e Pasolini o al sequestro Moro. In Mieli, libertà personale e libertà collettiva risultano indissociabili, e il corpo diventa lo spazio primario in cui la politica prende forma, luogo di resistenza ma anche di esposizione alla vulnerabilità. La regia di Andrea Adriatico opta per uno stile mélo e sobrio al tempo stesso, evitando sia l’eccesso di patetismo sia la spettacolarizzazione. Questa scelta formale è coerente con l’interpretazione di Nicola Di Benedetto, al suo esordio cinematografico, che presta al personaggio una fisicità sottile e un registro recitativo improntato all’evocazione più che all’enfasi, restituendo con misura la tensione fra l’esuberanza pubblica e la fragilità privata dell’intellettuale e attivista milanese.

Stereotipi & strategie di inclusione

In Gli anni amari l’inclusione non si riduce a un gesto rappresentativo, ma implica un vero e proprio spostamento di prospettiva: non si guarda Mario Mieli “perché diverso”, lontano dai modelli etero-normativi e borghesi dell’epoca, ma ci si colloca dentro il suo sguardo, assumendo la sua visione del mondo come punto di accesso alla narrazione. La sessualità non viene spettacolarizzata né relegata a elemento pittoresco, bensì posta al centro del percorso filosofico, politico e affettivo dell’intellettuale milanese. È il corpo che diventa terreno di conflitto e di liberazione, luogo primario in cui si gioca la battaglia per l’autonomia individuale e collettiva.

In questa direzione va anche la scelta di non edulcorare le zone d’ombra: depressione, schizofrenia, isolamento e suicidio non vengono rimossi, ma inseriti come parti integranti di una vita radicale e tormentata. Ne risulta un ritratto che sottrae Mieli alla rassicurante retorica edificante di molti biopic, restituendone la complessità, la genialità e la vulnerabilità.

Il film, però, non è privo di ambiguità. Come rilevato anche da parte della critica, si nota una certa reticenza nell’affrontare fino in fondo il pensiero politico di Mieli: se la sua biografia emerge con forza, il suo contributo teorico rischia di restare sullo sfondo. Ciò rende la rappresentazione più intimista che intellettuale, più evocativa che analitica. In effetti, Gli anni amari si colloca a metà strada tra il cinema militante e il biopic televisivo, adottando talvolta un approccio agiografico e poco incline a problematizzare l’eredità culturale dell’autore di Elementi di critica omosessuale (1977), testo fondamentale che ha introdotto la questione omosessuale in Italia come questione politica, sociale e filosofica, e non come semplice tema legato alle “preferenze” erotiche personali. In questo senso, il film oscilla tra la volontà di radicalità e il rischio della nostalgia, tra la memoria scomoda e l’estetizzazione del ricordo. Dal punto di vista della rappresentazione, Gli anni amari riesce comunque ad evitare la deriva celebrativa: il protagonista non è trasformato in un’icona rassicurante, ma rimane una figura scomoda, capace di scoperchiare le ipocrisie dell’Italia borghese durante gli anni del Compromesso Storico.

La presenza di figure come Fernanda Pivano, Ivan Cattaneo e Corrado Levi contribuisce a ricostruire una rete di relazioni intellettuali e affettive che contestualizza Mieli entro una comunità resistenziale e creativa. Sul piano attoriale, Nicola Di Benedetto offre una performance mimetica e convincente: la voce, le movenze, le espressioni del viso, il trucco e i costumi restituiscono la sua eccentricità performativa, la vitalità anticonformista e il gusto per la provocazione. La sua interpretazione restituisce efficacemente una personalità sensibile e tormentata, avversa a ogni forma di omologazione e segnata da una profonda solitudine. Nonostante alcuni limiti, Gli anni amari resta un’opera che introduce nel panorama italiano una figura centrale e troppo a lungo rimossa, offrendo un modello di inclusione che, pur imperfetto, si distacca tanto dalla marginalizzazione quanto dalla retorica rassicurante, restituendo la forza di un’eredità intellettuale ancora oggi necessaria e destabilizzante.

Conversazioni

Il regista Andrea Adriatico racconta una scena del film, ispirata alle interviste sulla sessualità che Mario Mieli condusse per la Rai insieme agli operai dell’Alfa Romeo (Internazionale, 27 luglio 2020).

Processi produttivi e retoriche promozionali

Strategie produttive

Gli anni amari è una coproduzione istituzionale che mette insieme soggetti pubblici e privati: Cinemare, Rai Cinema e Pavarotti International 23, con la produzione di Nicoletta Mantovani e Saverio Peschechera, e con il sostegno del MiBAC, della Emilia-Romagna Film Commission e della Apulia Film Commission. L’avvio delle riprese, il 20 agosto 2018, ha interessato città come Milano, Bologna, Modena, Sanremo, Lecce e Londra. La regia di Andrea Adriatico, formatosi nel teatro politico e da sempre impegnato in narrazioni legate ai temi sociali, imprime al film una dimensione di impegno civile. La scelta di evitare soluzioni spettacolari o eccessi estetizzanti si traduce in una messa in scena limpida e asciutta, che concentra l’attenzione sul corpo e sulla parola di Mieli. L’uso della musica e la costruzione dei piani-sequenza contribuiscono a un racconto rigoroso, che mira più a restituire un ritratto coerente dell’attivista milanese che a interpretarne in modo visionario le derive e le contraddizioni. Questa impostazione produttiva e stilistica solleva alcuni interrogativi critici. Da un lato, è indubbio che omaggiare una figura come Mieli costituisca un atto politico e culturale doveroso, soprattutto in un contesto nazionale che per lungo tempo ha rimosso o marginalizzato la sua eredità teorica e militante. Dall’altro, la scelta di ridurre a una dimensione sostanzialmente biografica e lineare un pensatore radicale, che fece del desiderio un oggetto privilegiato della propria speculazione, rischia di attenuare la forza eversiva del suo pensiero politico. È qui che emerge la tensione più evidente tra contenuto e contesto produttivo. Si può davvero narrare un pensiero così radicale ricorrendo alle stesse istituzioni – la Rai, il MiBACT – contro le quali Mieli aveva rivolto la sua critica più feroce? La risposta che il film sembra offrire è parziale: per ottenere sostegno e legittimazione, la narrazione risulta edulcorata nei suoi aspetti più scandalosi, depotenziata nella dimensione politica. Ne risulta un’opera che, pur animata da sincera passione e da un’istanza di restituzione storica, si colloca in un equilibrio instabile tra militanza e istituzionalizzazione, tra desiderio di radicalità e necessità di compromesso.

Retoriche promozionali

La strategia promozionale di Gli anni amari ha preso vita principalmente attraverso il circuito festivaliero e del cinema d’autore. L’anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2019, nella serata di pre-apertura, ha sancito un riconoscimento di prestigio, ma anche una collocazione selettiva, indirizzata a un pubblico culturalmente sensibile e attento ai temi della memoria queer. La distribuzione, affidata in un primo momento alle piattaforme digitali (Clever, Chili, Mubi e in seguito RaiPlay) e poi al circuito del cinema d’essai, ha ulteriormente confermato questa vocazione: non un’uscita generalista, ma un prodotto rivolto a un consumo attivo e specializzato. La pandemia ha inciso in modo significativo: l’uscita, inizialmente prevista per il 12 marzo 2020, è stata rinviata al 2 luglio, compromettendo la possibilità di una circolazione più ampia e di un inserimento in un contesto di fruizione meno penalizzato. Il discorso promozionale ha puntato sull’urgenza di restituire alla storia nazionale la figura di un intellettuale radicale e troppo a lungo marginalizzato, presentando il film come un’opera di memoria civile e culturale. L’enfasi ha riguardato soprattutto la dimensione della testimonianza e la necessità di riportare in primo piano un pensatore scomodo e visionario. In questo senso, la comunicazione si è costruita attorno a un’idea di film “controcorrente”, un progetto militante che assume il coraggio della propria diversità, posizionandosi come alternativa critica all’offerta mainstream. Eppure, la stessa promozione ha rivelato una tensione interna: da un lato, il richiamo all’orgoglio identitario e alla necessità di riaprire il dibattito sulla libertà sessuale; dall’altro, la scelta di mantenere un profilo prudente rispetto agli aspetti più controversi del pensiero mieliano. La personalità di Mieli, infatti, era stata al centro di polemiche già in vita: le sue provocazioni più estreme – dalle dichiarazioni sulla pedofilia, concepite in chiave radicalmente scandalosa, alla teorizzazione della coprofagia come atto politico – sono appena accennate nel film e non hanno trovato spazio nella comunicazione ufficiale, che ha preferito orientarsi verso un ritratto più rassicurante, legato al coraggio civile e alla ribellione esistenziale. È un’operazione che ha suscitato critiche, ma che può essere letta come scelta consapevole: quella di privilegiare la funzione testimoniale e pedagogica, proponendo Mieli come icona di libertà e ribellione, piuttosto che come pensatore apocalittico e divisivo. Tale selettività, se da un lato attenua la radicalità originaria, dall’altro consente al film di rivolgersi a un pubblico più ampio per riaffermare il valore della memoria queer come spazio di resistenza culturale e politica.

Conversazioni

“Lorenzo Balducci: ‘Vi racconto gli anni amari di Mario Mieli’”. Su Gay.it, 13 ottobre 2019. Gabriele Ottaviani intervista l’attore Lorenzo Balducci.   

«Tornare a parlare di Mario Mieli, farne un film,  riportarlo al centro dell’attenzione, è una necessità. Mieli è stato dimenticato da molti, molti altri non sanno nemmeno chi sia. Ciò che amo di lui è il suo senso di sfida, di provocazione e lotta che hanno sempre fatto parte della sua personalità. La sua opera è straordinaria, totalmente libera e innovativa così come la sua vita. Mi commuove l’onestà del suo pensiero, del suo dolore e l’importanza che dà al corpo come strumento di libertà».

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Circolazione e ricezione

Circolazione

Gli anni amari ha seguito un percorso di distribuzione tipico del cinema d’autore a forte connotazione identitaria e politica. Presentato in anteprima il 16 ottobre 2019 alla Festa del Cinema di Roma, nella serata di pre-apertura, il film ha da subito assunto un profilo selettivo, più orientato al circuito culturale che al consumo mainstream. La distribuzione italiana, curata da I Wonder Pictures, era inizialmente programmata per il 12 marzo 2020, anniversario della morte di Mario Mieli, ma la pandemia da COVID-19 ne ha posticipato l’uscita al 2 luglio 2020, compromettendo la possibilità di intercettare un pubblico più ampio in una fase di maggiore attenzione mediatica. In sala, il film ha avuto una circolazione prevalentemente d’essai, confermando una traiettoria coerente con la sua natura autoriale e militante. Sul piano internazionale, la diffusione è stata gestita da The Open Reel, con vendite in Canada, Francia, Spagna, Portogallo e Stati Uniti. Anche in questo caso la strategia ha privilegiato un target festivaliero e cinefilo, attento alle narrazioni queer e biografiche. La partecipazione a numerosi festival internazionali ha consolidato l’immagine del film come prodotto “di nicchia” ma con forte riconoscibilità nei circuiti tematici: dal Fairy Tales Queer Film Festival di Calgary al MIX Festival di Città del Messico, dall’image+nation di Montreal al Ljubljana LGBT Film Festival, fino a eventi consolidati della rete europea come Chéries Chéris a Parigi o Des Images aux Mots a Tolosa. Questo circuito festivaliero, che ha incluso anche tappe italiane come il Ravenna Nightmare Film Festival o il Sardinia Queer Film Expo, conferma la vocazione transnazionale dell’opera, capace di parlare a comunità queer globali attraverso il recupero di una figura “locale” come Mieli. Al tempo stesso, la selettività di tale circolazione ne ha limitato la portata presso il pubblico generalista: la memoria queer promossa dal film rimane così inscritta entro canali già predisposti all’ascolto, senza riuscire a scardinare realmente il silenzio e la marginalizzazione che storicamente hanno accompagnato la figura di Mieli in Italia.

Ricezione

La ricezione critica di Gli anni amari è stata variegata, segnata da un riconoscimento diffuso della sua forza civile e dalla rilevanza di aver riportato Mario Mieli al centro del dibattito culturale italiano, ma anche da riserve sulla tenuta formale e sulla capacità di restituire appieno la complessità del personaggio. Nocturno ha definito il film un “contraltare impegnato e disilluso” rispetto alla fiction nazional-popolare, sottolineando la sua volontà di evocare memoria militante e controcultura sessantottina in un momento in cui il cinema italiano tende invece alla rimozione del conflitto. Nella stessa direzione, Il Manifesto lo ha interpretato come un ritratto raro e necessario, che rimette in scena la sfida di Mieli al conformismo familiare e sociale, pur con il rischio di ridurre la sua eredità a un’icona estetica più che a un pensatore politico radicale. Molti critici hanno messo in evidenza pregi e limiti della sceneggiatura. Cinefilos.it ha apprezzato la capacità evocativa di alcune sequenze, ma ha lamentato una certa distanza emotiva che non permette al pubblico di immergersi pienamente nella soggettività del protagonista. Sentieri Selvaggi ha offerto una lettura sfumata: da un lato, ha elogiato l’uso della colonna sonora – che spazia da Sylvie Vartan a Raffaella Carrà, fino a Ivan Cattaneo – e il tono ludico di alcune scelte, dall’altro ha messo in guardia contro un surplus di esposizione teorica che rischia di sottrarre potenza all’immagine. Secondo questa prospettiva, il film indulge a un eccesso nozionistico, erodendo parte della forza sensoriale ed emotiva che avrebbe potuto renderlo più incisivo. Altre voci hanno invece accentuato le criticità. Quinlan ha sottolineato i limiti di un’operazione che, pur animata da buone intenzioni, rischia di ridursi a “racconto a norma”: prolisso nel dire e trattenuto nell’essere. La recensione ha posto con forza il problema della rappresentazione istituzionale di un pensiero eversivo come quello di Mieli, interrogandosi se sia possibile raccontarne la radicalità attraverso gli stessi apparati che storicamente ne hanno marginalizzato la voce (si veda il finanziamento di Rai Cinema e MiBACT). In questa prospettiva, il film, pur omaggiando la sua eredità, appare in parte depotenziato, incapace di trasformare in immagine cinematografica la potenza e la vitalità del pensiero mieliano. In definitiva, la ricezione di Gli anni amari riflette il destino stesso del suo protagonista: divisiva, appassionata, capace di generare identificazione ma anche diffidenza. Se da un lato il film viene riconosciuto come un atto di memoria civile e culturale imprescindibile, dall’altro viene criticato per la sua difficoltà a tradurre la radicalità teorica in linguaggio cinematografico. È proprio in questa tensione che si colloca la sua importanza: non tanto come opera compiuta e definitiva, quanto come strumento di riapertura di un dibattito che continua a interrogare l’Italia contemporanea.

Conversazioni

Gli anni amari. Quel film da recuperare e la necessaria riscoperta di Mario Mieli”. Su The Hot Corn, 17 novembre 2020. Francesca Fiorentino intervista il regista Andrea Adriatico.

«Questo film è per me è un momento di liberazione, un percorso lunghissimo e non semplice che arriva a conclusione. Fare un film su un omosessuale è ancora scomodo».

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Critica italiana e straniera

Critica italiana 

Valentina Pietrarca, “‘Gli Anni Amari’ di Mario Mieli raccontati da Andrea Adriatico”, TaxiDrivers.it, 5 agosto 2021.

«Gli anni amari, quindi, è un grido liberatorio, un film che serve a passare il testimone. Ad amplificare e diffondere l’eredità di Mieli, il suo ardore, la sua rabbia, la sua irrinunciabile sete di libertà. E chissà che, magari, non riesca anche a contribuire alla creazione di una società in cui, effettivamente, un Mario Mieli riuscirebbe a vivere pienamente libero». 

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Antonio D’Onofrio, “Gli anni amari di Andrea Adriatico”, Sentieri Selvaggi, 2 luglio 2020. 

«Il film accompagna fedelmente ognuno di questi passaggi di status, tralascia la deflagrazione personale quasi la dissociazione corporea fosse inaspettata, e non il risultato di un dolore passato anche attraverso il ricovero in manicomio. Sceglie di essere prevalentemente ludico, con un gergo di volgarità riservato all’ambiente domestico, focolaio di ogni male. Esagera forse nel ricorso ad autori e concetti, in un continuo riformulare poetico e filosofico, ed erode con la scrittura parte della potenza dell’immagine. È autentico e convincente nella parte musicale, da Abracadabra di Sylvie Vartan, ai Dik Dik, a Rumore di Raffaella Carrà, fino ad Ivan Cattaneo, coinvolto anche come personaggio della storia. Il surplus nozionistico lascia intatto l’esercizio di massima, un grido di libertà di cui sente sempre un gran bisogno». 

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Raffaele Meale, “Gli anni amari”, Quinlan, 12 luglio 2020. 

«C’è l’imitazione calligrafica di un’esistenza nel ricorso all’aneddoto, ma manca l’esistenza stessa del film. Così facendo non può che venire meno anche l’efficacia delle interpretazioni, o le intuizioni interessanti (apprezzabile la scelta della messa in scena del suicidio, per esempio). Omaggiare un’esperienza umana come quella di Mieli è un dovere, e non si può non apprezzare la buona intenzione di fondo, e la passione nel tentativo di studiarne la vita e il pensiero. Ma proprio per questo, per la rimozione strutturale cui è andato incontro il suo pensiero politico (anche in alcune fasce del mondo omosessuale), è davvero un peccato dover constatare come il film si riduca a un racconto “a norma”, prolisso nel dire e trattenuto forse nell’essere. Di fronte a un liberissimo pensatore che fece del desiderio l’oggetto tra i principali della propria speculazione si poteva osare di più, lavorare sull’immagine come altare bruciante del desiderio, trasformare in carne l’immateriale. È assai probabile che se l’operazione si fosse articolata in tale direzione la RAI e il MiBACT si sarebbero defilati in fretta e furia. Torna dunque l’interrogativo: si può narrare un pensiero eversivo ricorrendo all’istituzione contro cui quel pensiero si agitò per ottenere i finanziamenti? Il rischio è che la risposta sia negativa, a meno di non edulcorare quel pensiero normando l’immagine e di fatto depauperandola. Anche il cinema quando non si libera dei legacci della società corre il rischio di finire vittima dell’educastrazione, come l’avrebbe definita Mieli. E di soffocare». 

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Davide Comotti, “Gli anni amari”, Nocturno.

«Per uno strano scherzo del caso, mentre Gabriele Muccino spopola con la solita epopea generazionale edulcorata, Gli anni più belli, nelle sale approda anche l’ottimo Gli anni amari di Andrea Adriatico: che sembra, neanche a farlo apposta, il contraltare del dramedy nazional-popolare mucciniano, tanto nel titolo quanto nella sostanza. Da una parte, un film mainstream e consolatorio, dall’altra un impegnato e disilluso viaggio in uno dei movimenti (e momenti) culturali più dibattuti e delicati: Gli anni amari racconta infatti la vita di Mario Mieli (1952-1983), scrittore, intellettuale, attivista e performer omosessuale, personalità di rilievo nella fondazione del movimento LGBT italiano e morto suicida a trent’anni».

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