Uno sguardo incerto tra emancipazione e paternalismo
a cura di Pierandrea Villa
Introduzione
n.d.
n.d.
2017
94′
Pasquale Scimeca
Pasquale Scimeca
Arbash Società Cooperativa, Rai Cinema, con il contributo del Ministero della Cultura, con il sostegno di Sicilia Film Commission
Duccio Cimatti
Francesca Bracci
Mario Rivera
David Koroma, Yabom Fatmata Kabia, Vincenzo Albanese, Raffaella Esposito
Arbash Distribuzione
Galleria immagini
Locandina

Trailer
Pressbook

Rappresentazioni, retoriche, stereotipi
Narrazione & personaggi

Amin e Isokè sono fratello e sorella e abitano in un piccolo villaggio del Sierra Leone. Quando una milizia armata fa irruzione nel villaggio, uccidendo la loro famiglia e dando fuoco a tutte le abitazioni, sono costretti, su indicazione del nonno superstite, a intraprendere un viaggio verso la Svezia.
Il film di Scimeca ha il merito di raccontare il viaggio dei due fratelli escludendo quasi del tutto il filtro di personaggi bianchi, proponendo un racconto della diversity che non deve necessariamente appoggiarsi a un mediatore diegetico. Questo stesso processo di negazione dello sguardo esterno avviene attraverso una regia che in molti passaggi rinuncia alla narrazione in senso stretto dirigendosi verso uno stile e una struttura documentaristica. Ciononostante, è bene ricordare che uno sguardo completamente neutro è impossibile e che le operazioni di framing e montaggio danno inevitabilmente una direzione alle immagini. Questo movimento verso il documentario è particolarmente evidente nelle prime sequenze del film dedicate al racconto della vita nel villaggio natale dei protagonisti di cui vengono sottolineati i gesti, le attività e i tempi. Questo segmento, insieme ad altri nel corso del film, si fonda su una serie di campi larghi o medi che allentano il pathos, concedendo maggiore spazio al contesto. In tal senso, sembra che il film voglia stabilire un certo rapporto con lo spettatore la cui attenzione, specialmente quella emotiva, non è costantemente direzionata dalla regia. A tal riguardo è interessante notare che anche nelle sequenze meno documentaristiche del film i primi piani tendono a essere piuttosto rari, mentre i primissimi piani sono quasi assenti. Fanno eccezione le sequenze dedicate alla prigionia dei protagonisti in Libia che si prestano maggiormente alla ricerca di un rapporto di empatia con i personaggi che, pertanto, vengono avvicinati dalla macchina da presa. Il taglio documentaristico del film emerge anche da alcune scelte di sceneggiatura che palesano una certa conoscenza e un approfondimento preliminare del contesto rappresentato. Ne è un esempio la costruzione della vicenda di Hamida, donna incarcerata insieme ai protagonisti in Libia, e il suo racconto di intersezionalità. Hamida, in quanto donna, deve infatti subire non solo la carcerazione, ma anche ripetuti stupri da parte del suo carceriere, una situazione che la porterà al suicidio. L’elemento intersezionale tra la figura del migrante e quella della donna è evidente anche nel rapporto tra Amin e Isokè, laddove solo la seconda sarà costretta a portare il burka per tutto il suo periodo di prigionia in Libia come deterrente per evitare di subire la stessa sorte di Hamida. Su un altro piano però l’approccio distaccato del regista nei confronti dell’impianto narrativo tende a rendere i due protagonisti privi di una vera autonomia e di una volontà propria. Amin e Isokè risultano così mossi dagli eventi a loro discapito, come vittime passive e inconsapevoli del contesto che li circonda. Inoltre l’attenzione realista e documentaristica sin qui descritta decade in alcune sequenze e in particolare quella della traversata nel deserto che i due fratelli affrontano senza guida e da soli. In questa scena è chiaro che la scelta di isolare i protagonisti nella vastità del deserto risponda all’esigenza di caricare maggiormente la scena dal punto di vista emotivo sacrificando l’elemento realistico. Inoltre questa scelta è funzionale al raccordo con la scena dell’incontro con i due archeologi italiani la cui problematicità sarà approfondita in seguito.
Un altro motivo di interesse nel film è rappresentato dal tema del pallone che permette al pubblico di empatizzare con Amin attraverso un dispositivo narrativo semplice e accessibile come il gioco del calcio. D’altro canto però il contatto con la cultura italiana e occidentale, rappresentato anche dalla maglia della Roma indossata da Amin per gran parte del film, fornisce una chiave di lettura molto sottile delle responsabilità dell’occidente nei fenomeni di migrazione. L’introduzione di questi elementi culturali occidentali nel contesto del Sierra Leone suggerisce, infatti, un’interpretazione di questi processi in quanto conseguenza delle dinamiche colonialiste e neocolonialiste.
Stereotipi & strategie di inclusione
Italiani brava gente
Una sequenza fondamentale nel film è quella dell’incontro tra i due protagonisti svenuti esanimi nel deserto del Sahara e due studiosi, probabilmente archeologi, italiani. I due personaggi, unici bianchi occidentali di tutto il film, non potrebbero rappresentare più fedelmente il concetto di white saviour (salvatore bianco). I due arrivano come un vero deus ex machina al momento giusto e nel posto giusto (il che è quantomeno paradossale dato che parliamo di un deserto). Dal momento dell’incontro in avanti i due archeologi non si limiteranno a salvare i protagonisti dalla morte per stenti, ma procederanno a fornirgli vestiti nuovi, cibo, denaro e una serie di consigli per proseguire il viaggio, oltre ad accompagnarli personalmente al confine con la Libia. In questo modo i due italiani non rappresentano soltanto uno spartiacque tra due tappe fondamentali del viaggio, ma diventano il motore narrativo indispensabile alla prosecuzione del percorso dei due protagonisti. In tal senso questa funzione salvifica e a tratti divina dei due archeologi si pone come un contraltare assolutorio rispetto alle suggestioni di responsabilità neocolonialista delineate dagli elementi precedentemente discussi. Tutto nella sequenza dedicata a questo incontro appare funzionale a caratterizzarlo in modo assolutamente positivo e sembra controvertere quella delega dello sguardo occidentale che caratterizza invece la prima parte del film. Si pensi a tal riguardo allo scambio di campi e controcampi tra la donna italiana e i due protagonisti che ristabilisce una relazione paternalistica sino a quel momento felicemente assente nell’opera. Anche la musica della sequenza, decisamente più allegra rispetto a quella delle scene precedenti, contribuisce a definire un tono radioso, funzionale a caricare la scena di un senso di pace e sicurezza ritrovato. In questo modo la sequenza “benedetta” dai due archeologi italiani si pone come uno spartiacque felice tra due drammi (il deserto e la prigione libica). Inoltre, su questi presupposti, la scena è funzionale a creare un divario netto tra gli italiani assolutamente buoni e la crudeltà spietata dei carcerieri libici. Tale meccanismo narrativo si rivela funzionale alla totale assoluzione degli italiani e per analogia degli occidentali rispetto alla tragedia dei protagonisti. A tal riguardo è importante precisare che l’eccesso nella rappresentazione qui non risiede nella crudeltà dei carcerieri libici, che è un fatto accertato e documentato, ma nella distanza siderale creata con la rappresentazione di un italiano che assume tratti quasi angelici.
Conversazioni
Il regista presenta il film presso il Tallin Black Nights Film Festival (PÖFF, 23 novembre 2017).
Incontro con Pasquale Scimeca presentato da Alessandro Rossetti, con la partecipazione della produttrice Linda Di Dio, presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, per l’associazione ANAC (20 luglio 2019).
Il regista Pasquale Scimeca interviene dopo la proiezione del film presso il Cineclub Arsenale di Pisa (10 luglio 2019).
Il regista presenta il film prima della la proiezione presso l’ottava edizione delle Notti Clandestine a Termini Imerese (TeleTermini, 8 novembre 2018).
Il regista parla del suo film, concentrandosi sul concetto di fenomeno migratorio come fondamento delle civiltà (Tramefestival, 21 giugno 2019).
Il regista presenta i due attori protagonisti e racconta la sua esperienza nel villaggio in Sierra Leone in cui è ambientato il film (Tv2000, 30 Novembre 2017).
“Film per conoscere le migrazioni”. Su Cooperazione, 13 novembre 2018. Intervista di Gudrun De Chirico a Pasquale Scimeca.
«Il mio film nasce dall’esperienza che ho fatto restando con una troupe ridottissima per sei mesi nel villaggio di Rochai Mende, nel distretto di Lunsru in Sierra Leone. È lì, ascoltando i racconti dei ragazzi del posto, abbiamo trovato la materia prima della nostra sceneggiatura».
“Con ‘Balon’ torna il grande cinema di impegno civile”. Su Gazzetta del Sud, 11 novembre 2018. Intervista di Marco Bonardelli a Pasquale Scimeca.
«In realtà non è un film sui fenomeni migratori, ma vuole essere un lavoro finalizzato a una maggiore conoscenza dell’Africa».
“L’Africa negli occhi dei bambini. L’ultimo lavoro di Scimeca al Film Festival”. Su L’avvenire, 1 dicembre 2017. Intervista di Alessandra De Luca a Pasquale Scimeca.
«Da anni frequento a Palermo la Missione Speranza e Carità di fratel Biagio che si occupa dei migranti, ma questo non mi bastava più. Volevo indagare l’origine di quella paura che ci prende tutti quando ci confrontiamo con il diverso, con l’altro».
Processi produttivi e retoriche promozionali
Strategie produttive
Il film è stato sviluppato con il contributo del Mibact – Direzione Generale Cinema, della Sicilia Film Commission e dell’Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo – Ufficio Speciale Cinema e Audiovisivo della Regione Sicilia. Il titolo è stato realizzato nell’ambito del programma Sensi Contemporanei Cinema.
Il taglio documentaristico del film affonda le sue radici anche nelle strategie di produzione. Prima delle riprese, Scimeca si è trasferito con l’intera troupe nel villaggio in cui è ambientata la storia, vivendo lì per sei mesi. Questo lungo periodo di osservazione gli ha permesso di comprendere le abitudini e le attività quotidiane degli abitanti, fondamentali per costruire la vicenda di Amin e Isokè. L’arrivo della troupe e il contatto con la comunità locale sono stati resi possibili grazie al supporto dei frati missionari Giuseppini del Murialdo. Ancor prima di partire per l’Africa, Scimeca aveva però già raccolto le esperienze dolorose dei migranti attraverso il suo lavoro di volontario in Sicilia, destinazione finale del viaggio narrato in Balon, presso la Missione Speranza e Carità di fratel Biagio.
La scelta di girare in un contesto come quello del villaggio del Sierra Leone e di rinunciare all’impiego di attori professionisti, ha comportato alcune sfide. Tra queste è particolarmente rilevante la gestione della strumentazione in quanto nel villaggio, privo di elettricità, le batterie delle macchine da presa non potevano essere ricaricate. L’assenza di corrente ha inoltre reso ancora più complesso l’approccio al cinema per David Koroma, che interpreta Amin, poiché a causa di questa mancanza non aveva mai visto un film prima di iniziare le riprese.
Retoriche promozionali
La strategia comunicativa di Balon si è concentrata sul sottolineare gli intenti di sensibilizzazione del film circa i processi migratori e la situazione dell’Africa sub-sahariana. A tal riguardo, il regista ha più volte dichiarato, in sede di presentazione del film presso festival e manifestazioni culturali, di non voler concepire un racconto sui fenomeni migratori ma sull’Africa e sul rapporto tra questa e l’occidente. Tali intenti sono evidenti già all’interno del press kit, dove viene dedicato ampio spazio alla presentazione dei due attori protagonisti in quanto persone più che personaggi o performer. Ad esempio nel paragrafo dedicato alla presentazione di David Koroma, che interpreta Amin, leggiamo: «Ho dieci anni e vivo, con mia madre e cinque fratelli, in un villaggio della Sierra Leone nel distretto di Lunsar. Mi piace andare a scuola perché imparo le cose: a leggere, a scrivere, a fare i conti. E anche l’inglese. Ma per me è molto faticoso, perché devo fare ogni giorno sei chilometri a piedi» Per quanto concerne la presentazione di Abom Fatmata Kabia, che interpreta Isokè, invece leggiamo: «Ho quindici anni e vado a scuola dalle suore del Guadalupe (anche se la mia famiglia è musulmana, ma questo qui da noi, in Sierra Leone, non è un problema). Da grande voglio fare l’infermiera, anzi, a dire il vero mi piacerebbe diventare medico».
Questa strategia è confermata dallo scritto finale firmato dalla stessa Abom Fatmata Kabia, di cui un estratto recita
«Riapri gli occhi fratello
non aver paura
è stato solo un brutto sogno.
Ma per me, che ho 15 anni e vivo in Africa
purtroppo è realtà.
La realtà che ogni giorno devo affrontare.
Buona visione!»
Se vista sotto questa prospettiva anche la presenza dei due attori presso il festival di Torino in cui l’opera ha debuttato è in un certo senso funzionale all’impiego dei due protagonisti come elemento promozionale del film.
In linea con questo principio la promozione del film si è concentrata su eventi mirati come la proiezione presso il Museo del Cinema di Torino patrocinata dall’associazione Pianeta Africa. In quel contesto tutti i proventi della vendita dei biglietti sono stati devoluti, attraverso la cooperazione con l’ENGIM ONG e i frati Giuseppini del Murialdo, ai bambini del villaggio Rachain Mende in cui è ambientato il film.
Anche la diffusione del film presso festival tematici focalizzati sui fenomeni migratori o sul racconto del continente africano ha contribuito ad associare il film ai temi di sensibilizzazione che sono stati posti al centro della strategia promozionale.
Conversazioni
Incontro con Pasquale Scimeca presentato da Alessandro Rossetti, con la partecipazione della produttrice Linda Di Dio, presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, per l’associazione ANAC, 10 ottobre 2018.
Circolazione e ricezione
Circolazione
Balon è distribuito in Italia da Arbash Distribuzione e in Marocco da A2L Production Films, mentre le vendite estere sono curate da Coccinelle Film Sales.
Il film vede gran parte della sua circolazione presso i festival nazionali e internazionali (di cui molti distribuiti sul continente africano) oltre che proiezioni in sala presso eventi specifici alla presenza del regista. In questo contesto rientrano anche le proiezioni speciali come quelle presso la manifestazione Notti clandestine (2018) presso Termini Imerese, quella presso l’Università Degli studi di Palermo dello stesso anno o la recente selezione, nel 2023, per la manifestazione Giornate del Cinema per la Scuola. In tal senso, è di particolare importanza anche la presenza del film presso festival tematici dedicati al racconto dell’immigrazione e del continente africano come il Festival di Cinema Africano e il Festival Internazionale del Cinema di Frontiera.
Per quanto concerne la distribuzione in sala non sono disponibili dati ufficiali, ma è sintomatico il fatto che non esista un trailer sottotitolato in italiano. Se, inoltre, si guarda al mercato secondario – il film non è mai andato in onda sui canali Rai e non è presente sul catalogo RaiPlay – il film si inserisce perfettamente in quel nucleo di opere che non riescono a trovare una vera e propria distribuzione sul territorio nazionale e la cui fruizione rimane chiusa nel contesto festivaliero. Da segnalare l’iniziativa che nel 2019 ha visto più di 100 istituti – medie e superiori – adottare il film come supporto didattico per l’analisi dei fenomeni migratori e che ha portato tre istituti della Sicilia a partecipare a una raccolta fondi dedicata ai villaggi del Sierra Leone.
Festival (selezione)
- Giornate del Cinema per la Scuola Panorama 2023
- Trani Film Festival Panorama 2023
- Costa Iblea Film Festival Cinema e Sicilia 2021
- Italian Film Days Panorama 2019
- Trame. Festival di Libri sulle Mafie Trame di Cinema 2019
- Festival del Cinema Africano Tutto l’Anno Panorama 2019
- Sciacca Film Fest Spazio Arena 2018
- Aquerò lo Spirito del Cinema Panorama 2018
- Cape Town – Pretoria Italian Film Festival – Italian Film Focus in South Africa Panorama 2018
- Castellinaria Festival Internazionale del Cinema Giovane Bellinzona Concorso 6-15 2018
- Festival di Cinema Africano Festival tutto l’Anno 2018
- Festival Internazionale del Cinema di Frontiera Fuori Concorso 2018
- Alice nella Citta’ Concorso Ciak Alice Giovani 2018
- Cape Town International Film Market & Festival Feature Film 2018
- Festival Sabir Panorama 2018
- Zanzibar International Film Festival Long Feature 2018
- Palma CineCaffe’ Palma CineCaffè “Lungo” 2018
- Il Cinema Italiano – Festival a Como Concorso 2018
- Vittoria Peace Film Fest Evento Speciale 2017
- Tallin Black Nights Film Festival International Competition 2017
- Torino Film Festival Festa Mobile 2017
Premi vinti
2018, Castellinaria Festival Internazionale del Cinema Giovane Bellinzona (festival): Premio Unicef
2017, Torino Film Festival (festival): Premio Gli Occhiali di Gandhi
Ricezione
Il film non ha ricevuto grande attenzione da parte dei canali di critica tradizionali. In ogni caso, con rare eccezioni, la critica è concorde nell’apprezzare l’impegno civile del film di Scimeca. Sono stati lodati inoltre il taglio sottile e l’originalità della prospettiva del racconto anche se alcuni hanno individuato nel film una prospettiva etnografica anacronistica che risente di una storia vista e raccontata dall’alto di uno sguardo occidentale. Dal punto di vista dello stile il taglio documentaristico non sempre è stato apprezzato e talvolta è stato tacciato di un’amatorialità che impedisce lo scorrere fluido del film.
Per quanto concerne il pubblico la situazione di scarsa attenzione rispecchia quella della critica, probabilmente a causa della scarsa circolazione del film all’infuori del circolo festivaliero: su IMDB il film ottiene un punteggio di 7,6 su 10 ma sulla base di sole dieci votazioni, mentre su MyMovies il film ha un punteggio di 3,5 ma con sole due recensioni da parte del pubblico. Su Letterbox la situazione è analoga in quanto il film non ha raccolto abbastanza recensioni per poter stabilire un punteggio medio.
Critica italiana e straniera
Critica italiana
Stefano Amadio, “‘Balon’: l’Africa, due bambini e un viaggio verso nord”, Cinemaitaliano.info, 30 novembre 2017.
«”Balon” di Pasquale Scimeca è ricco di intenzioni e contenuti ma sembra poi mancare di quella forza narrativa cinematografica che ne avrebbe fatto un film davvero importante».
Alessandra De Luca, “L’Africa negli occhi dei bambini. L’ultimo lavoro di Scimeca al Film Festival”, Avvenire, 1 dicembre 2017.
«Scimeca ci racconta tutto quello che i media non possono mostrare perché sappiamo veramente poco di quello che accade in Africa. Per questo il regista ci è andato, per scoprire il pezzo mancante dell’orribile odissea vissuta da migliaia di profughi».
Alessandro Aniballi, “L’esodo, un grande esodo”, Quinlan, 2 dicembre 2017.
«forse sarebbe stato il caso, ad esempio, di trovare la collaborazione di qualche scrittore africano per la sceneggiatura del film, o forse si sarebbe dovuto fare un ben maggiore di lavoro di documentazione. Perché invece in Balon tutto va come deve andare, secondo lo stereotipo che si racconta delle popolazioni in fuga».
Critica straniera
Vladan Petković, “The Ball: The unseen part of a refugee’s journey”, Cineuropa, 27 novembre 2017.
«It is a film that shows us the other side of the refugee theme: in both fiction and documentary films, we only see them after they arrive in Europe. The Ball shows us the rarely seen “first half” of their trip, and the reasons and factors that push them to embark on it».