La pelle dell’acqua o come dissolvere i binarismi
a cura di Arianna Vergari
Introduzione
24 settembre 2015
84′
Carlo Lavagna
Carlo Lavagna, Carlo Salsa e Chiara Barzini
Ring Film Con Rai Cinema, in associazione con Ang Film, Asmara Films, Essentia
Hélène Louvart
Lizabeth Gelber
Emanuele De Raymondi
Ondina Quadri; Massimo Popolizio; Valentina Carnelutti; Blu Yoshimi; Eduardo Valdarnini; Lidia Vitale; Tommaso Cortesi; Paola Cecchetti; Vittoria Bonifati; Gaia Fredella; Chiara Ingrati; Elena Rossi; Miriam Galanti; Lorena Stamo; Silvia Stancanelli; Azzurra Tassa
Luce Cinecittà
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Rappresentazioni, retoriche, stereotipi
Narrazione & personaggi
Arianna, diciannovenne apparentemente femmina ma senza ciclo mestruale, torna con i genitori nella casa d’infanzia sul lago di Bolsena. Questo ritorno funge da detonatore: in un ambiente liminale sospeso nel tempo, emergono indizi visivi e corporei che la portano a confrontarsi con una verità rimossa: un passato di intersessualità, soppresso attraverso un protocollo medico-genitoriale di “normalizzazione”.
Arianna si sviluppa come un bildungsroman ciclico e corporeo, in cui l’azione è minima e l’intero arco narrativo si articola attraverso un processo percettivo, sensoriale ed esistenziale. Il film adotta una narrazione intimista e progressiva, scandita da piccoli gesti, ricordi sfocati, dialoghi minimi e sequenze spesso costruite in silenzio. L’assenza di una progressione drammatica convenzionale riflette coerentemente lo stato di sospensione e incertezza della protagonista, impegnata in una ricerca identitaria che mette in discussione la dicotomia binaria maschio/femmina.
La rappresentazione del personaggio evita deliberatamente stereotipi di vittimizzazione, deformazione o medicalizzazione patetica. Arianna non è oggetto di compassione o feticizzazione: è piuttosto una figura in trasformazione, radicata nella fisicità e attraversata da interrogativi. Anche i genitori sono figure ambivalenti: amorevoli e al contempo colpevoli di rimozione e controllo normativo. Il film, inoltre, privilegia lo sguardo interno: molte inquadrature sono fisse, riflessive, a fuoco lungo, e costruiscono una narrazione del desiderio non voyeuristica. Arianna guarda costantemente quello che ha attorno con sincera curiosità, il suo corpo e il corpo degli altri suoi coetanei: la cugina Celeste, che incarna quell’esplosione di femminilità che le appare ancora estranea e Martino, con cui indaga il desiderio e il piacere eterosessuale. Il “queer gaze” sostituisce il più noto “male gaze” tradizionale, ponendo al centro lo sguardo soggettivo e inquieto della protagonista piuttosto che un’estetica del corpo oggettivato. Il film cerca di decostruire l’idea di identità come essenza immutabile, proponendo un intreccio tra spazio, corpo e memoria che problematizza qualsiasi forma di fissità identitaria.
Stereotipi & strategie di inclusione

Arianna affronta la rappresentazione dell’intersessualità, una delle condizioni più invisibilizzate e patologizzate nel discorso culturale e medico. Il film elabora una strategia antispettacolare e non didascalica, affidando la comprensione alla gradualità dell’esperienza vissuta. Il corpo della protagonista è messo in scena come luogo di esplorazione e conoscenza, mai come oggetto voyeuristico. Fondamentali in tal senso sono le sequenze in cui Arianna, rimasta sola nella casa sul lago, esplora il proprio corpo nello specchio. Questi momenti vengono resi non come spettacolo per l’osservatore, ma come esperienza interna e conoscitiva in cui lo spettatore è posto nella condizione di osservare con Arianna, non Arianna, ribaltando così le logiche del cinema tradizionale che tende a esibire e decifrare il corpo intersessuale come “altro”.
Nel suo complesso, il film evita stereotipi legati all’intersessualità, riuscendo a rendere attraverso la sequenza in ospedale tutta la violenza della medicalizzazione del corpo reso come pura anatomia scandagliata da un sapere e da uno sguardo maschile. Infine, non c’è un percorso lineare verso la “normalità”, ma una riappropriazione della complessità, simbolicamente rafforzata dal rifiuto finale dell’etichettamento e dalla scelta aperta del silenzio.
La fine è il mio inizio
“Sono nato due volte, anzi tre: bambino la prima, un giorno stranamente caldo di gennaio a Roma; pochi anni più tardi sono nata di nuovo, questa volta bambina, sulle colline boscose dell’Italia centrale e mia madre mi mise il nome Arianna. La terza volta sono nata io, l’estate in cui mio padre riprese la casa su lago, dove ero cresciuto, ma per questo ci sono voluti vent’anni”. Questa voce fuori campo (omaggio a Middlesex, romanzo dello scrittore statunitense Jeffrey Eugenides) apre il film Arianna e ci conduce, dal buio, attraverso il suono costante dell’acqua che scorre su una parete calcarea bianchissima, verso il volto della protagonista immerso nell’acqua, in un’atmosfera sospesa e onirica. Arianna dischiude gli occhi, in un atto metaforico, seppur non tanto velato, che introduce il tema della rinascita, un gesto inaugurale e liminale, che segna l’avvio di un percorso trasformativo. L’acqua, qui assimilabile a un liquido amniotico, è una presenza ricorrente nel film: simbolo di rigenerazione, di transizione e soprattutto di fluidificazione di ogni schema binario o norma identitaria preconfezionata.
La stessa immagine chiude il film, conferendo alla narrazione una struttura circolare. Poco prima del finale, infatti, ritorna la voce fuori campo di Arianna, ma questa volta collocata all’interno di un gruppo di donne, in una scena che richiama i gruppi di autocoscienza femminista degli anni Settanta. Questo spazio collettivo, protetto e consapevole, offre la possibilità di condividere esperienze legate alla sessualità e, soprattutto, al piacere femminile, configurandosi come un luogo di sorellanza e politicizzazione del vissuto. Il film riesce, così, pur con qualche esitazione stilistica, a introdurre una dimensione politica: la ricerca individuale di sé acquista forza proprio nell’incontro con l’altra e nell’apertura a una soggettività plurale e relazionale. Il film si chiude dunque con la protagonista, ancora una volta immersa nell’acqua: non ha ancora trovato una risposta univoca sulla propria identità, ma si è finalmente aperta alla possibilità stessa della ricerca. Come evidenziano alcuni studi sulle strutture narrative circolari nei film che tematizzano l’intersessualità, il viaggio interiore circolare e la rielaborazione simbolica del trauma mirano a ristabilire un equilibrio emotivo e riappropriarsi delle parti smarrite di sé.
Speculum
Un’altra sequenza particolarmente significativa è quella del confronto tra Arianna e l’istituzione medica, che mette in luce con forza la frattura tra il sapere clinico normativo e la verità soggettiva dell’esperienza vissuta. Quando Arianna si reca in ospedale per sottoporsi a una TAC prescritta dalla ginecologa, due medici uomini, visibilmente incuriositi dalla sua condizione, la convincono con tono paternalistico a eseguire un’ulteriore visita ginecologica. Fin da subito, l’ambiguità del consenso e la postura condiscendente dei medici prefigurano il climax disumanizzante che si compirà di lì a poco. In una scena di forte impatto, un gruppo di specialisti maschi ispeziona con zelo clinico e privo di empatia i genitali della protagonista, mentre l’inquadratura stringe in primo piano il suo volto contratto, segnato da disagio e inquietudine.
Il contrasto tra il linguaggio tecnico, astratto e autoritativo dei medici e la vulnerabilità emotiva e corporea della protagonista sottolinea la violenza delle istituzioni sanitarie, la cui autorità si esercita anche attraverso una narrazione patologizzante. Tale rappresentazione problematizza radicalmente il concetto stesso di “cura”, denunciando in maniera più o meno velata le dinamiche violente e invasive che storicamente hanno segnato il trattamento delle persone intersessuali. In particolare, si allude alla prassi, ancora diffusa, di sottoporre neonati e bambini intersex a interventi chirurgici genitali irreversibili, non per necessità mediche urgenti, ma per finalità estetiche e di adeguamento a norme binarie, culturali e patriarcali. In questa scena emerge con chiarezza l’intreccio tra potere medico e potere genitoriale, un’alleanza disciplinare che impone l’integrazione forzata dell’individuo in uno dei due poli dell’ordine sessuale binario, maschile o femminile. Arianna è così esclusa dal processo decisionale che riguarda il proprio corpo, mantenuta nell’ignoranza di una verità che, solo nell’età adulta, potrà progressivamente riappropriarsi, dando inizio a un percorso di risignificazione soggettiva e politica della propria identità.
Conversazioni
Il regista Carlo Lavagna discute del suo film Arianna in conversazione con il Professor Stefano Albertini (New York University, 21 marzo 2017).
“Arianna è Ondina Quadri: Le difficoltà di interpretare un ermafrodito? Le cose più semplici”. Su La Repubblica, 24 settembre 2015. Maria Pia Fusco intervista l’attrice protagonista del film.
«[…] Arianna è il film di Carlo Lavagna che esplora con la giusta delicatezza il tema dell’identità sessuale e non poteva trovare una protagonista più intensa e toccante di Ondina Quadri, con il disagio delle sue movenze e lo sguardo magnetico degli occhi chiarissimi.
-Lei è credibile nella femminilità e nella mascolinità.
-Io non penso che ci sia una differenza biologica assoluta nella nascita, l’intersessualità è una manifestazione estrema di questo, anche la biologia lo dice, abbiamo ormoni femminili e maschili, il feto prima di evolversi completamente non ha un sesso definito, poi gli organi si sviluppano in maniera diversa.
-Le sequenze più complesse durante le riprese?
-Forse le scene più semplici come un gesto e una camminata, dovevo stare attenta a non esagerare. Non ho avuto problemi nelle sequenze di nudo, e neanche nei momenti di emotività più forte, perché ti prepari, le senti, ci arrivi, sempre evitando le esagerazioni. Direi che non è stato un lavoro difficile».
Processi produttivi e retoriche promozionali
Strategie produttive
Arianna è un film d’esordio che si inserisce in un contesto produttivo complesso e fragile come quello del cinema italiano indipendente contemporaneo. Diretto da Carlo Lavagna, il film è il risultato di un percorso lungo e accidentato: nato da un’idea inizialmente pensata come documentario, ha preso forma come opera di finzione dopo anni di ricerca, studio e lavoro sul campo. Il regista ha raccontato di aver incontrato una ragazza intersex, fondatrice del primo gruppo intersex italiano (AISIA), la cui testimonianza ha avuto un ruolo fondamentale nella scrittura del film.
Esordio e low budget
La lavorazione è stata resa possibile attraverso un’intensa attività di fundraising, con un budget contenuto di circa 380.000 euro, raccolti grazie al sostegno di fondi pubblici e investimenti mirati da parte di Rai Cinema, Istituto Luce Cinecittà, MiC – Direzione Generale Cinema e Regione Lazio.
Come racconta il regista nelle note di regia, il film è stato inoltre reso possibile grazie all’intervento del produttore Tommaso Bertani, che ha assunto in prima persona la responsabilità di portare a termine il progetto in una fase di blocco critico. Per riuscirci, la produzione ha adottato una strategia fondata sulla sostenibilità e sulla coesione umana ed emotiva del team: un gruppo ridotto di professionisti, disposti a condividere i sacrifici richiesti da un budget limitato e motivati da un forte coinvolgimento nella visione del film. La direttrice della fotografia Hélène Louvart, ad esempio, ha offerto il proprio contributo incondizionato, lavorando anche nei weekend con una troupe essenziale.
Retoriche promozionali
La comunicazione attorno al film Arianna riflette una tensione tra l’intento autoriale e le strategie mediatiche limitate, tipiche delle opere prime italiane. Da un lato, Lavagna e il suo team hanno scelto un registro sobrio, osservativo, privo di sensazionalismi, che cerca di restituire con empatia la complessità di un percorso identitario non normativo. La comunicazione pubblica del film, a partire dalla promozione nei festival fino alle interviste al regista, insiste infatti sul valore “necessario” della narrazione, sul suo contributo al dibattito sociale e culturale sull’intersessualità e, più in generale, sulle soggettività non conformi. Lavagna ha dichiarato in più occasioni la volontà di “rompere un tabù” e di affrontare un tema invisibile con uno sguardo partecipe, frutto di lunga documentazione e ascolto di testimonianze reali. In questo senso, la comunicazione attorno al film si fa anche discorso politico: non si limita a promuovere il prodotto cinematografico, ma mira a sensibilizzare un pubblico più ampio, creando uno spazio per la riflessione sul ruolo normativo della medicina, della famiglia e della cultura nella costruzione dell’identità di genere. La scelta di presentare Arianna in contesti come il Vancouver Queer Film Festival e il London Film Festival conferma l’adesione a una logica di comunicazione che privilegia i circuiti capaci di valorizzare la dimensione politica e trasformativa del film, anche al costo di una più limitata visibilità commerciale. Come evidenzia Andrea Minuz in uno studio sugli ‘esordi’ (La solitudine delle opere prime. Considerazioni sulla visibilità e invisibilità degli esordi italiani degli anni Dieci, 2015) questo è un tratto comune di molte opere prime italiane che mancano di una strategia comunicativa efficace per intercettare pubblici specifici, in particolare nel contesto digitale e sui social.
Conversazioni
“Points of view – Arianna – intervista a Carlo Lavagna”. Su I cinemaniaci, 26 novembre 2015. Il regista Carlo Lavagna affronta gli aspetti creativi e produttivi del suo primo lungometraggio di fiction.
«[…] Non sono stato io a scegliere il film ma il film a scegliere me. Questo perché la storia di “Arianna” nasce da un sogno che feci da bambino in cui mi riconobbi in una donna di età più grande della mia. Il ricordo di quella immagine si ripresentò nel corso degli anni e insieme ad essa i ragionamenti sulla mia identità sessuale e sui perché dell’esistenza umana. […]
-Quindi la gestazione del film è stata lunga.
-Sì in una maniera persino esagerata. La sceneggiatura è stata riscritta più volte: dapprima da me e da Carlo Salsa, poi, quando ci siamo accorti che eravamo arrivati a un punto morto e che il risultato non ci piaceva anche da Chiara Barzini. Nel frattempo avevamo perso il produttore e anche l’attrice protagonista che con il passare del tempo era diventata inadeguata al ruolo. A quel punto una mia collaboratrice mi ha proposto la figlia di un suo amico e cioè Ondina Quadri che però non aveva mai avuto esperienze cinematografiche. Sceglierla come poi ho fatto è stata una scommessa sia per me che per lei. […]
-Il film è costato molto.
-Complessivamente 380 mila euro quindi possiamo dire che è a tutti gli effetti un low budget. Se tieni conto che di questa cifra circa 180 mila sono stati assorbiti dalle tasse non è difficile immaginare quanto sia stato faticoso riuscire a stare dentro la cifra che avevamo a disposizione. Certo ho dovuto rinunciare al progetto di girare in pellicola e poi organizzare un compartimento tecnico ridotto al minimo; per risparmiare la maggior parte della troupe ha dormito all’interno della villa in cui abbiamo girato il film, il che da un certo punto di vista è stato vantaggioso ma dall’altro non mi ha permesso di staccarmi un attimo dal film con cui ho vissuto 24 su 24».
“Birth Cycle”. Su Interview Magazine, 9 giugno 2016, Colleen Kelsey intervista il regista Carlo Lavagna e la sceneggiatrice Chiara Barzini:
« […] KELSEY: So when did you decide that, rather than this being a documentary, it would work better as a narrative feature?
LAVAGNA: Actually, we tried to make this documentary. We tried to pitch it to televisions and involve other people but it didn’t work out.
BARZINI: Carlo’s documentaries were always really visual, more cinematic than just straight up documentation. So it was definitely already in the cards I think.
LAVAGNA: Then I said, “Okay, let’s do it!”
KELSEY: Well, it’s been a long time coming since you’ve both been working on this idea. You did a lot of this research in the U.S., so when did you think that it would be good to locate the film in Italy?
LAVAGNA: I wanted to do my first film in Italy. I wanted to go back to where I was from. And also because, you know, it’s nice to make something that it’s a little bit more edgy in the theater. To shoot the film, eventually we ended up choosing a place where I’d grown up, sort of where my mom’s from. It’s between Tuscany and northern Lazio, a place I had spent all my summers. Not very known and, so, a place where you can set up, a discovery.
BARZINI: And a sense of mystery.
KELSEY: The landscape is so lush and beautiful and almost ethereal. This is just my interpretation, but it’s the place where she goes back to her true nature and who she is.
BARZINI: Yeah. People have been thinking about that. The film parallels this mysterious nature that you always feel like there’s something hidden behind every corner, and her own sort of self-discovery and her own nature. I think definitely, thematically, they’re intertwined. But that area is so special…that whole part of Italy. It’s kind of semi-abandoned. Tourists don’t really go there, and you have some of the most incredible Etruscan ruins».
Circolazione e ricezione
Circolazione
Premi e Festival
Il film di Carlo Lavagna ha partecipato a numerosi festival tra il 2015 e il 2016, tra cui:
- Dallas International Film Festival 2016: Narrative Feature Competition – Special Jury Prize
- Globi d’Oro 2016: Migliore Attrice (Ondina Quadri)
- Festival du Film Italien de Villerupt 2015: Compétition – Amilcar du Jury, Amilcar du Jury Jeunes
- La Biennale di Venezia 2015: Giornate degli Autori – Selezione Ufficiale – Premio Nuovo Imaie Talent Award (Ondina Quadri), Premio Laguna Sud, Premio FEDEORA per un’attrice emergente
- Les rencontres du cinéma italien à Toulouse 2015: En compétition – Prix du Jury Etudiants
Arianna è stato anche nominato nella categoria Miglior Regista esordiente ai Premi David di Donatello 2016. Il film è stato presentato alle Giornate degli Autori alla Mostra del Cinema di Venezia del 2015, posizionandosi da subito come prodotto adatto ai festival, in particolare LGBTQ+ e d’essai. La selezione in questi contesti evidenzia come Arianna risponda a un’esigenza di diversificazione narrativa nell’ambito del cinema italiano, tradizionalmente più cauto nel trattare soggetti legati all’identità di genere. Tuttavia, sebbene sostenuto da Rai, il film non ha trovato una distribuzione ampia nei circuiti generalisti, venendo in parte relegato al circuito dei festival tematici, a conferma delle persistenti resistenze del mercato nei confronti di soggetti “non normativi”. Questo dimostra come, pur con segnali di apertura, le politiche industriali restino ancora condizionate da logiche conservative di rappresentabilità.
Ricezione
Nonostante Arianna abbia ricevuto una valutazione tendenzialmente positiva da parte della critica specializzata – che ne ha elogiato la sensibilità tematica, l’eleganza visiva e l’approccio originale alla rappresentazione dell’intersessualità – il gradimento del pubblico risulta più sfumato e in alcuni casi decisamente critico. Su IMDb, il film registra un punteggio medio di 6.2/10, indicativo di una ricezione moderatamente favorevole ma non entusiastica. Su Rotten Tomatoes, sebbene la valutazione della critica raggiunga il 67%, il numero di recensioni da parte del pubblico è troppo esiguo per costituire un campione rappresentativo. Su Letterboxd, le valutazioni variano ampiamente tra 2 e 5 stelle, segnalando una frattura tra chi apprezza l’atmosfera intima e poetica e chi, al contrario, ne critica lentezza e frammentazione narrativa. Particolarmente significativi sono i commenti su MyMovies.it, dove il film ottiene un punteggio medio di 2,6–2,8 su 5. Tuttavia, è importante notare che anche qui tale valutazione è basata su un numero limitato di recensioni. Alcuni spettatori esprimono giudizi molto duri: un utente lo definisce “vago e improvvisato”, parlando di un “filmuccio viscido italiano”, mentre un altro lo bolla come “sciocco”. Questi pareri indicano che, accanto all’apprezzamento critico, una parte del pubblico ha percepito il film come debole sotto il profilo narrativo e stilistico, segno di una ricezione polarizzata tra dimensione autoriale e aspettative spettatoriali. La maggioranza delle critiche negative proviene da spettatori che non mettono in discussione la legittimità del tema trattato, ma piuttosto la capacità del film di rappresentarlo in modo efficace, coinvolgente o filmicamente compiuto.
Critica italiana e straniera
Critica italiana
Emiliano Morreale, “C’è un segreto in quel corpo acerbo”, L’Espresso, 8 ottobre 2015.
«[…] Ma più che la suspense dell’indagine su di sé, poco rilevante, il punto di forza del film è la capacità di adesione all’inquietudine e alla fragilità della protagonista, di rendere l’intensità del suo sguardo sulle cose. E sebbene sia ispirata vagamente a una storia vera, la vicenda assume quasi una valenza metaforica: il disagio fisico, sessuale e psicologico di Arianna è, amplificato, quello di ogni adolescente. I difetti sono veniali: pochi secondi di voce fuori campo all’inizio, un prefinale in sala operatoria stonato, certi affondi teatrali nella recitazione degli adulti. Poca cosa, in confronto alla vitalità del risultato. Colpisce la credibilità delle situazioni, dei dialoghi e dei loro ritmi; l’occhio del regista segue morbidamente la protagonista, con delicatezza ed eleganza di tocco, e un filo di estetismo. L’attenzione ai corpi, sensibile e mai morbosa, è ben inserita in una continua interazione con i paesaggi di campagne, laghi, isole. E l’insieme funziona anche grazie alla protagonista Ondina Quadri (figlia di Jacopo, montatore, e nipote di Franco, critico teatrale): corpo sfuggente e occhi ghiacciati da fantascienza, fragile e acerba, riempie le inquadrature del film».
Cristina Piccino, “L’avventurosa scoperta di una ragazza senza genere”, Il Manifesto, 24 settembre 2015.
«Il regista si fa guidare dal suo movimento, dalle sue paure, dai suoi dubbi, quelle angosce di ogni adolescente che per questa ragazza sembrano ancora più grandi. Le sta accanto, discreto, mai enfatico, l’asseconda in una ricerca incerta e dolorosa «sposando» il suo punto di vista, quella zona inconsapevole che appartiene alla sua vita di bambina […] Cosa cerca Arianna? Le risposte ai suoi desideri, alla confusione di maschile e di femminile che la fa sentire attratta al tempo stesso da un ragazzo e dalla sensualissima cugina, e che fa parte di noi, delle scoperte, della vita. Ma questa investigazione esistenziale la porta verso qualcos’altro, una parte mancante, un pezzetto di sé fondamentale che i genitori hanno deciso di cancellare per sempre».
Massimiliano Schiavoni, “Arianna. Il mio corpo che (non) cambia”, Quinlan.it. Rivista di critica cinematografica, 4 settembre 2015.
«Lavagna aderisce insomma alla consueta retorica espressiva italiana tra “realismo lirico” e intimismo; la mdp segue il personaggio affidandosi alla presa diretta e alla supposta verità delle mezze frasi pronunciate sottovoce, dell’happening falsamente semi-improvvisato (vedasi le sequenze in ospedale, in cui si fanno recitare anche veri dottori). Un apparato espressivo all’insegna dell’ambiguità che si riconferma pure nello sguardo “crudele” riservato al corpo di Arianna, dal profluvio di sangue sulle mutandine alle ferite, tanto reale quanto scopertamente metaforico. Più volte il film appare infatti il racconto di una gigantesca crisi di rigetto (oltretutto perfettamente credibile, visto il colpo di scena finale), in cui un corpo non risponde alle attese e sembra sformarsi in un tormentato compromesso con le griglie interpretative dell’uomo […] La confezione è insomma quella ampiamente diffusa del volenteroso esordio italiano, in cui la timidezza espressiva sembra spesso dettata dalla paura di puntare troppo in alto quantomeno sul piano linguistico, ché tanto poi i soldi non ci sono ed è inutile quindi perdere tempo a sognare. […] Facendo lo slalom tra tutto questo, Carlo Lavagna riesce comunque a imbastire riflessioni non banali, in cui un apparente rifiuto di vivere si tramuta in una viscerale esaltazione della vita oltre ogni forma. Perché si esiste, a prescindere dall’involucro che ci contiene».
Critica straniera
Roy Stafford, “LFF 2015 #8: Arianna (Italy 2015)”, ITP Global Film, 23 ottobre 2015.
«This film works because of the director’s sensitivity, the brave performance by Ondina Quadri and the cinematography by Hélène Louvart […]. It’s a film with a non-purient interest in the sexuality of young people which is depicted openly. Perhaps some audiences might be offended by this openness but it feels to me like a genuine attempt to explore and understand important questions about identity.
I’ve seen several excellent Italian films at festivals over the years and it’s disappointing that so many of them either don’t get a UK release or when they do appear it is so fleeting that they make little impact».
Hannah Bellamy, “Preview: Arianna”, SAD Mag, 29 luglio 2016.
«Screening at the Vancouver Queer Film Festival on August 20, Arianna is an “issue film” in many ways, despite the cringey-ness of that term. Overall, the film handles adolescence, gender, and sexuality with immense empathy. The brave and tender storytelling is fitting with the brave and tender protagonist».
Guy Lodge, “Venice Film Review: ‘Arianna’”, Variety, 5 settembre 2015.
«Achingly conscious of the differences between her and other women her age, she spends a considerable amount of time before the mirror, scrutinizing her boyish frame and petite breasts. Her sexual development, too, is very much at the beginner stage, though a summertime encounter with fellow teen Martino (Eduardo Valdarnini) triggers an unprecedented flush of carnal desire in her. Lavagna’s script, co-written with Carlo Salsa and Chiara Barzini, is pleasingly frank about the intuitive randiness of unformed sexual beings of any sex; in its sensitive depiction of a teenager getting more deeply acquainted with her own body, Arianna would pair up well on a screening bill with the otherwise dissimilar U.S. pic The Diary of a Teenage Girl».